10 anni fa rivolte Urumqi. Cina separa bimbi musulmani dalle loro famiglie

10 anni fa rivolte Urumqi. Cina separa bimbi musulmani dalle loro famiglie
5 luglio 2019

In Cina nella regione occidentale dello Xinjiang le autorita’ stanno separando i bambini musulmani dalle loro famiglie in modo da allontanarli anche dalla loro fede e della loro lingua: lo ha denunciato la Bbc sulla base di una ricerca da cui emerge che in una sola citta’ sono stati ben 400 i bambini sottratti alle proprie famiglie perche’ i genitori sono rinchiusi nei campi di rieducazione o in prigione. Pechino ha lanciato una durissima repressione nello Xinjiang, dove vive la minoranza uiguro-musulmana e turcofona accusata spesso di terrorismo. Si stima che siano un milione e mezzo gli uiguri finiti in campi di rieducazione, anche se Pechino respinge le accuse. A dieci anni dalle sanguinose rivolte di Urumqi, la regione autonoma nord-occidentale dello Xinjiang, rimane uno dei nervi scoperti della Cina, sotto osservazione della comunita’ internazionale per le accuse di detenzioni arbitrarie e per il massiccio stato di sorveglianza a cui e’ sottoposta l’area.

Le rivolte presero piede nella capitale provinciale, Urumqi, all’inizio di luglio del 2009, quando circa mille persone marciarono per chiedere un’inchiesta trasparente sulla morte di due uighuri, rimasti uccisi pochi giorni prima in scontri con gli han, l’etnia maggioritaria in Cina, a Shaoguan, nella provincia sud-orientale del Guangdong. Secondo il bilancio finale, morirono 197 persone e oltre 1700 rimasero ferite. Almeno mille persone vennero arrestate subito dopo la fine dei disordini, e altre duecento nelle settimane successive, sempre in relazione ai fatti di Urumqi. Il governo centrale ritenne le rivolte dirette dall’estero, e incolpo’ dei tumulti l’attivista e imprenditrice uighura che vive negli Stati Uniti, Rebiya Kadeer. La Cina respinge tutte le accuse di repressione. Ma la situazione nella regione autonoma e’ sotto i riflettori internazionali per le accuse di detenzione in campi di rieducazione di circa un milione di persone. Per il governo cinese, pero’, quegli istituti sono “centri di trasformazione vocazionale” che mirano al reinserimento dell’individuo nella societa’ e che verranno gradualmente chiusi con lo svanire della minaccia terroristica, nonostante diverse inchieste compiute da media internazionali citino prove di un trattamento per lo meno discutibile nei confronti degli ospiti di quelle strutture.

A destare polemiche nelle scorse settimane, la visita nello Xinjiang del capo dell’agenzia anti-terrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov: il numero due del Dipartimento di Stato Usa, John Sullivan, l’definita “molto preoccupante” con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. E’ ancora attesa, invece, la visita dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, che chiede alla Cina di garantire pieno accesso alla regione per verificare le notizie sui casi di persone scomparse e sulle detenzioni arbitrarie. Di recente la Cina ha invitato una delegazione turca per osservare le condizioni in cui vivono gli uiguri, E il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che in passato ha criticato duramente il trattamento discriminatorio riservato dalla Cina agli uiguri, reduce da una visita a Pechino ha espresso “soddisfazione per le condizioni di vita degli uiguri”.

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