Adesso tutto il Pd vuole rottamare il Pd

Adesso tutto il Pd vuole rottamare il Pd
Il segretario Pd, Maurizio Martina
2 settembre 2018

Il Pd vuole rottamare il Pd, ma ha paura di scomparire. E, per risorgere, litiga su un’eventuale nuova denominazione e se ripartire o meno dalle le politiche di Emmanuel Macron che, in questi giorni, ha toccato il suo minimo storico di gradimento da parte dei francesi. Se questa è la rotta, fino al congresso (si parla di febbraio), Maurizio Martina avrà un bel da fare. “Non credo che la funzione del Pd sia finita”, dice proprio il segretario dem.

Come “non penso che dobbiamo affrontare il lavoro di riprogettazione del Pd partendo dalla coda”, puntella Martina, rivolgendosi, indirettamente, a chi vuole cambiare nome al partito e gettare tutto alle ortiche per ripartire da zero. Di certo, anche l’ex ministro ha capito, dopo anni, il bluff delle primarie: “Ci siamo cullati sugli allori, pensando che potessero colmare la funzione democratica di un partito che si metteva a costruire nuova partecipazione. Ma la discussione sulle primarie è diventata una gabbia più che una opportunità”. In ogni caso, “serve una carta fondamentale di riferimento, perché quella della fondazione del Pd è vecchia rispetto a queste sfide”. Intanto, il 29 settembre, il Pd ricorrerà alla piazza con una manifestazione in programma a Roma.

Certo, ricostruire partendo da un’impalcatura sgangherata non è certo una buona opera ingegneristica. Ecco perché Nicola Zingaretti parla di un “vecchio partito burocratico e pedagogico” e di “inconsistenza attuale di un partito che ha perso il senso di una comunità”. Il governatore del Lazio, attualmente è l’unico candidato alla guida dei dem. Ma, a bordo campo, sembra scaldarsi anche Paolo Gentiloni, che chiede di celebrare al più presto il congresso e critica duramente alcuni aspetti della passata gestione. “Non mi convince l’idea di cambiare nome. Va cambiato il partito, ma non archiviato – dice l’ex premier-. Non confondiamo l’idea che debba cambiare con l’idea che abbia esaurito la sua funzione dopo 10 anni. Non è così. Teniamocelo stretto, è un baluardo ai rischi che corre l’Italia”. Sulla carta, in corsa ci sono pure i nomi di Graziano Delrio e Teresa Bellanova. E, nelle ultime ore, sta circolando anche quello di Simona Bonafè, renziana della prima ora ed europarlamentare. Solo una ipotesi al momento, visto che l’ex segretario, Matteo Renzi, non ha affrontato ancora il tema, come spiegano esponenti dem a lui vicini.

Tra i renziani c’e’ comunque la consapevolezza che non si potra’ attendere oltre la Leopolda. Cio’ su cui sembrano trovarsi d’accordo le varie anime del Pd e’ la necessita’ di mettere in campo alle europee un fronte anti sovranista che comprenda anche Macron e sul congresso al più presto. Pronto a sparigliare le carte, c’è Carlo Calenda che vuole “fondare un partito progressista piu’ ampio”, altro che cambiare nome. Frattanto, la sinistra interna fa la sinistra e Andrea Orlando esorta a “una critica del capitalismo, di cosa è quello italiano, troppo familiare”. Gianni Cuperlo tuona che “l’Euro ha fallito e anche se non si può pensare di uscirne, se difendiamo questa Ue ci spazzano via”. Roberto Speranza, dice pure la sua: “L’unita’ ha senso solo se la premessa è il cambiamento”. E quindi anche per il coordinatore di LeU, bisogna archiviare l’era renziana e guardare a sinistra partendo “dalla questione sociale”. Tutti contro tutti. A fare la sintesi, il dem Francesco Boccia: “Siamo partiti come coloro che dovevano rottamare tutto il Paese, cosiddetto paese vecchio, persone comprese, e siamo finiti con l’essere percepiti establishment, difensori delle banche e delle corporazioni, lontani dalle periferie e dagli ultimi e alla fine sono stati gli elettori di centrosinistra a rottamare noi”.

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