Crollo Ponte Morandi, l’attesa degli sfollati a un mese dalla tragedia

Crollo Ponte Morandi, l’attesa degli sfollati a un mese dalla tragedia
12 settembre 2018

“Per parlare di un nuovo inizio non si può prescindere dal nostro passato, che è ancora là dentro”. Luca Fava rappresenta gli sfollati di Genova, e si incontra tra le tende che stanno a pochi passi dal troncone del ponte Morandi dove l’incertezza è il sentimento prevalente. Incertezza e attesa si respirano nel quartiere genovese di Certosa parlando con gli abitanti di via Porro sfollati dalle proprie abitazioni che sorgono proprio sotto il moncone est di Ponte Morandi rimasto in piedi dopo il crollo del viadotto sul torrente Polcevera, che si è portato via 43 vite ed ha tagliato in due una delle valli più popolose della città di Genova.

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Incertezza perché, a quasi un mese dalla tragedia, ancora non sanno quale sarà il loro futuro dopo quel maledetto 14 agosto in cui le loro vite si sono fermate, sono rimaste congelate, come sospese. Attesa perché tutti gli oltre 550 sfollati vorrebbero poter tornare nelle proprie abitazioni almeno un’ultima volta per recuperare i vestiti, gli effetti personali e i ricordi di una vita prima che i monconi del ponte vengano abbattuti. Ma ancora, ad un mese dalla tragedia e nonostante le continue rassicurazioni, non hanno ricevuto il via libera dalle autorità che temono nuovi crolli. A rendere ancora più unica e surreale questa situazione è il fatto che, a differenza degli sfollati dopo i terremoti o altre catastrofi naturali che hanno flagellato negli ultimi anni il nostro Paese, le loro abitazioni non sono state distrutte o danneggiate ma sono intatte, perfettamente integre a solo poche decine di metri dai tendoni allestiti all’ingresso della zona rossa, dove molti abitanti di via Porro trascorrono le loro giornate nella speranza, forse vana, di potervi rientrare un’ultima volta.

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“Un terremoto, un alluvione o altre catastrofi naturali – ha spiegato ad askanews Luca Fava del comitato sfollati- ha delle conseguenze diverse nella testa della gente. Noi vediamo ancora le nostre case, le possiamo quasi toccare e sappiamo che lì dentro ci sono tutte le nostre cose. Questo è un disagio che solo chi sta vivendo questa situazione può immaginare”. “Non sappiamo – ha aggiunto Fava – se e quando potremo entrare nelle nostre abitazioni dove ci sono ancora tutte le nostre cose. Siamo stati strappati dalle nostre case che sono sotto il moncone della pila 10 e non abbiamo ancora potuto rientrarvi per riprendere le nostre vite. Per parlare di un nuovo inizio – ha aggiunto – non si può prescindere da questo passato che è ancora là dentro”. Molti nel frattempo hanno già trovato una nuova sistemazione, accettando gli alloggi messi a disposizione dal Comune e dalla Regione o affittandosi una nuova casa con il contributo per l’autonoma sistemazione.

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“Molti – ha confermato Fava– hanno già individuato una sistemazione alternativa e si sono ricollocati autonomamente, alcuni hanno opzionato case del Comune e molti altri sono ancora in albergo. Stiamo vivendo in una situazione di disagio psicologico e di malessere. Questo – ha dichiarato – non significa che non ci sia stato da parte delle istituzioni un impegno proficuo”. Non c’è rabbia, infatti, nelle parole degli sfollati, non si sentono abbandonati dallo Stato come accaduto in molte altre tragedie italiane ma chiedono che l’attenzione per la loro situazione continui a rimanere alta e non vedono ovviamente di buon occhio le polemiche politiche delle ultime settimane. “Non ci interessano le bagarre politiche tra governo locale e governo nazionale, l’importante è che andiamo tutti insieme verso una soluzione più rapida e condivisa possibile di questa gravissima situazione che non vede coinvolti coinvolti solo noi ma un’intera valle, che è praticamente isolata dal resto della città”, ha concluso Fava.

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Anche per Silvia Varani, che era andata ad abitare in via Porro solo quattro giorni prima del crollo del ponte ed aveva appena finito il trasloco, la priorità adesso è tornare a casa per recuperare tutte le proprie cose. “La vita ci è cambiata -ha spiegato ad Askanews- speriamo che prima che buttino giù il moncone ci lascino entrare nelle nostre abitazioni. Era da quattro giorni che vivevo lì e non avevo ancora preso confidenza con la nuova casa”. “Personalmente – ha raccontato – ho ancora tutto là, non solo i vestiti ma anche i ricordi personali e le foto perché era ancora tutto imballato. Spero di riuscire a recuperare ogni cosa perché per me tutto ha lo stesso valore affettivo, tutti sacrifici dei miei genitori sono lì dentro. Fa impressione -ha affermato Varani guardando le strade vuote intorno a via Fillak- vedere questo quartiere, che è sempre stato così vivo, deserto. Non è mai stata così Certosa, ora è un quartiere morto e anche noi in qualche modo ci siamo spenti con lui. Spero almeno – ha concluso sorridendo – che non ci spengano anche il sorriso”.

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