Dalle sbronze alle strenne, ecco la vera favola del Natale

Dalle sbronze alle strenne, ecco la vera favola del Natale
25 dicembre 2017

Nel 1897 la piccola Virginia O’Hanlon chiese al padre Philip, chirurgo e medico legale di Manhattan, se Babbo Natale esistesse davvero. Alla poverina era stato detto di no da qualche compagno di classe molto piu’ addentro alle cose del mondo dei grandi. Il padre le suggeri’ di scrivere al quotidiano conservatore New York Sun. Che rispose di si’, in un articolo caramelloso e sdolcinato la cui riproposizione rappresenta uno dei must delle Feste, nel mondo anglosassone. Niente di piu’ lontano dalla realta’ storica dei fatti, e non solo perche’ su Babbo Natale avevano ragione i compagni di classe della piccola e petulante Virginia. La verita’ e’ che quella lettera, e soprattutto quella risposta, rappresentano il culmine di un processo che sarebbe degno di essere studiato da un antropologo. Una lenta acculturazione indotta dalle classi emergenti di quel crogiolo sociale che fu la Rivoluzione Industriale e che servi’ a imbrigliare e incanalare la devianza sociale e forgiare, al contempo, una nuova classe media di produttori e consumatori. Si’, Virginia, il Natale una volta era la scusa per i contadini e gli operai per fare bisboccia, e lasciarsi andare a comportamenti da debosciati. E c’era una logica, perche’ nella civilta’ contadina dicembre era il momento in cui, ammazzato il maiale e messa la birra nella botte, ci si rilassava al pensiero che l’inverno non sarebbe stato cosi’ duro. Quindi si festeggiava. Insomma, se i Carnevale era ed e’ rimasto la festa di fine inverno, quella in cui si libera la dispensa da quanto avanzato per far posto alle primizie della primavera, il Natale gli e’ stato a lungo speculare.

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Con gli stessi effetti: sbronze solenni, depravazioni, grassazioni. Come a Carnevale, si invertivano anche le gerarchie sociali, ed il contadino aveva facolta’ di pretendere dal signore di campagna vitto e alloggio gratis, pena la rappresaglia. “Apri la porta in un momento / o ti stendiam sul pavimento” cantavano i miserabili abbrutiti dall’alcol mentre bussavano all’uscio delle tenute padronali. E le porte si aprivano davvero.  Valeva per l’Inghilterra, valeva per le colonie. Fu qui che si inizio’ a manifestare una reazione. Nel Massachussetts puritano in cui sarebbe stata ambientata la Lettera Scarlatta si giunse a vietare i festeggiamenti, perche’ “il popolo pecca piu’ nei 12 giorni di Natale che nei 12 mesi precedenti”. La misura draconiana si abbatte’ sul calendario religioso per piu’ di vent’anni, dal 1669 al 1681, ed il giorno della Nativita’ di Nostro Signore venne trattato alla stregua di un venerdi’ 13 di convito delle streghe di Salem. Ma non servi’ a nulla. Si scelse allora la via della persuasione. Nel 1761 i compositori di almanacchi ammonivano paterni che “l’uomo temperato ha per se’ ogni delizia / giacche’ il ber smodato e’ fonte di nequizia”. Anche qui, la moral suasion da sola avrebbe fatto ben poco. Il problema venne risolto alla fine non perche’ i contadini cambiarono i loro costumi, ma perche’ cessarono di essere contadini e di vivere in campagna. La Rivoluzione Industriale infatti li induce ad inurbarsi, e anche se questo sulle prime genera un peggioramento del fenomeno, che si estende alle insicure e male illuminate strade degli slums, nel lungo periodo la borghesia industriale riesce ad imporsi sui fastidiosissimi operai ubriachi. Ancora una volta la repressione non serve, e quindi si passa alle carezze.

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E’ uno dei primi esperimenti di soft power della storia: in America ancor prima che a Londra si riprendono le antiche tradizioni, rivisitandole radicalmente. Per impedire le visite non gradite nelle case, si lasciano sulla porta pacchetti infiocchettati di denaro, indumenti e generi alimentari. Dal folklore olandese si tira fuori l’idea di una figura benigna che porta doni, e la si chiama come San Nicola perche’ questi gode gia’ di questa fama. Nel 1823 esce una prima opera letteraria, “Una visita di san Nicola”, di Clement Clarke Moore, che sdogana definitivamente un personaggio che pure non e’ vicinissimo alla cultura protestante. Ma non importa, perche’ tutto serve a veicolare l’idea che a Natale si e’ tutti piu’ buoni: i poveri non rompono le vetrine ed i ricchi diventano filantropi. All’operazione partecipano anche i giornali, che non mancano di pubblicare storie edificanti e rassicuranti. Nel 1839 il New York Herald invita tutti a “lasciar perdere le taverne, almeno in questi giorni”.  Anche perche’ chi non e’ generoso il Natale non se lo gode per nulla: lo scrive nientemeno che Charles Dickens nel 1843. L’opera, inutile dirlo, e’ “Canto di Natale”, che salda la cultura popolare britannica a quella americana, e non a caso finira’ per essere immortalato da Walt Disney in un corto che ci regalera’, notoriamente, l’immarcescibile figura di Paperone (qualche volta anche i cattivi meritano l’immortalita’). A Natale bisogna donare, anche se non si e’ ricchi: inizia cosi’ l’obbligo dei regali ad amici e parenti, e l’economia gira come nemmeno ai tempi dei Re Magi. Il fatto e’ che nel frattempo nasce e si impone la classe media, che vuol dimenticare i freschi ricordi della poverta’ e somigliare un tantino a quella piu’ abbiente. “Il Natale e’ il momento del raccolto per il mercante” nota un industriale. Siamo nel 1908: da piu’ di 10 anni anche Virginia, con la sua estrazione alto-borghese, sa con certezza che Babbo Natale esiste. Anche se gli manca un dettaglio essenziale: una lattina di Coca Cola in mano. Ma Virginia e’ nata nel 1889, e fara’ in tempo a vedere pure quella.

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