Draghi: non c’è ragione di cambiare politica monetaria

Draghi: non c’è ragione di cambiare politica monetaria
25 settembre 2017

La Bce deciderà più tardi, in autunno, la sua posizione di politica monetaria (“monetary stance”) per i mesi successivi, e se ricalibrare o meno gli interventi a sostegno dell’economia con gli acquisti di titoli di Stato sui mercati secondari e di azioni delle società nel settore privato (“Corporate Sector Purchase Programme”), ma per ora non sembra esserci motivo per un’inversione di tendenza, visto che l’inflazione non è ancora tornata su un percorso di ripresa “durevole e auto sostenuta”, e che anche le dinamiche salariali sul mercato del lavoro restano ancora al di sotto delle aspettative. E’, in sintesi, la parte più importante e più attesa dell’intervento del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, durante la sua audizione davanti alla commissione Affari economici del Parlamento europeo, questo pomeriggio a Bruxelles. “Decideremo più tardi quest’anno se ricalibrare o nostri strumenti per mantenere il grado di sostegno monetario di cui ancora necessita l’economia dell’Eurozona, per completare la sua transizione verso il percorso di una nuova crescita equilibrata, caratterizzata da condizioni sostenute di stabilità dei prezzi”, ha detto Draghi, insistendo su una posizione già espressa più volte. “La stabile ripresa economica in corso – ha ricordato – “ha ancora bisogno di tradursi in modo più convincente in una dinamica inflazionistica più forte”.

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Draghi ha aggiunto che “se i rischi di deflazione sono essenzialmente scomparsi”, come aveva già constatato in passato, ciò nondimeno l’inflazione “core” (quella che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari) “è risalita solo moderatamente nei mesi recenti”, mentre il tasso d’inflazione complessiva (“headline”), che era all’1,5% ad agosto, “dovrebbe declinare temporaneamente verso la fine dell’anno, principalmente a causa degli effetti della sua componente energetica. Successivamente – ha continuato Draghi -, dovrebbe riprendere a salire gradualmente, raggiungendo l’1,5% nel 2019, secondo le proiezioni dello staff della Bce”. “Complessivamente, siamo sempre più fiduciosi sul fatto che alla fine l’inflazione si muoverà verso livelli in linea con il nostro obiettivo (un tasso annuale al 2%, ndr), ma sappiamo anche – ha continuato il presidente della Bce – che c’è ancora bisogno di un orientamento accomodante di politica monetaria a un livello molto sostanziale affinché si materializzi un percorso di ripresa dell’inflazione. Inoltre, vediamo ancora alcune incertezze rispetto alle prospettive dell’inflazione nel medio termine”. “Perciò – ha detto ancora Draghi – dobbiamo essere pazienti e persistenti: un aggiustamento al rialzo dell’inflazione ‘headline’ che sia durevole e auto sostenuta richiede un ulteriore assorbimento delle sottoutilizzate capacità produttive (“economic slack”, ndr), e questo, a sua volta; richiede ancora un livello molto accomodante di orientamento di politica monetaria”.

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Rispondendo poi alle solite obiezioni degli eurodeputati tedeschi, sempre pronti a chiedere la fine delle “politiche non convenzionali” come il “quantitative easing” e la risalita dei tassi d’interesse per remunerare i creditori, il presidente della Bce ha osservato che “un anno fa i rischi erano più alti, e non venivano dalla politica monetaria, ma dalla minaccia di deflazione; negli ultimi mesi abbiamo visto che c’è una ripresa degli investimenti privati, dovuti ai bassi tassi d’interesse e alla risalita della redditività degli investimenti stessi”, a causa della ripresa economica. Dello “stimolo” della Bce all’economia, insomma; “abbiamo ancora bisogna: se lo ritirassimo ritorneremmo nella situazione in cui eravamo”, ha avvertito Draghi.

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