Fatima, sfuggita al gruppo islamico armato Boko Haram cerca l’amica del cuore

Fatima, sfuggita al gruppo islamico armato Boko Haram cerca l’amica del cuore
3 marzo 2018

Il viso di Fatima, una bella bambina di circa 12 anni, avvolto nel velo simbolo della sua religione, l’Islam, e’ sulle pagine di tutti i giornali dell’Africa Occidentale. Da li’ guarda il pubblico e sembra implorare di non dimenticare. Lei e’ scampata al rapimento di 110 ragazze che 10 giorni fa sono state portate via dal villaggio dove vivevano, Dapchi, nel Nord della Nigeria. A rapirle, ancora una volta, sono stati elementi appartenenti al gruppo islamico armato Boko Haram. Le hanno prese con la forza mentre facevano cio’ che ogni bambina della loro eta’ ha diritto di fare, studiare in una scuola. Fra le rapite c’e’ l’amica del cuore di Fatima che giovedi’ ha accompagnato una giornalista della BBC, Stephanie Hegarty, a visitare quella stessa scuola, la Secondary boarding School di Dapchi, dove le sue compagne di classe sono state portate via. L’atmosfera era surreale. Nella grande scuola dove fino a due settimane fa risuonavano le voci squillanti e allegre di piu’ di 900 studentesse, oggi regna il silenzio, quello rotto dai passi della giornalista accompagnata da Fatima, mentre camminano per i corridoi della scuola evitando le ciabattine di gomma che in molte hanno perso al momento del rapimento. Era quasi l’ora di cena, racconta Fatima, quando le studentesse hanno sentito colpi d’arma da fuoco. “Abbiamo cominciato a correre. Molte di noi urlavano e cercavano di andare verso l’uscita ma i militanti armati ci gridavano di fermarci”. I rapitori “indossavano divise, ma sandali al posto di anfibi e avevano barba e turbanti in testa”. Lei ha capito subito che si trattava di militanti di Boko Haram ma non tutte se ne sono rese conto e alcune hanno quindi accettato di andare via con loro. Fatima non ha dato ascolto agli uomini che urlavano alle ragazze di fermarsi e nel correre via ha perso di vista l’amica Zara, di 14 anni, che ora risulta scomparsa fra le altre 110 che non hanno fatto ritorno a casa.

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Il padre di Zara, un agricoltore, racconta di aver sentito gli spari ma di essere arrivato a scuola troppo tardi, sua figlia non era piu’ fra le superstiti dell’attacco. Questa storia ricorda tristemente quella delle 276 ragazze strappate dagli estremisti di Boko Haram da un collegio nel nord-est della Nigeria nel 2014, quando il mondo ha reagito e si e’ mobilitato attorno al grido di “bring back our girls”, riportate indietro le nostre ragazze. Ora, quattro anni dopo, sembra che stia succedendo di nuovo, ma nel silenzio quasi imbarazzante della comunita’ internazionale. Il ministero dell’Informazione nigeriano ha riferito alla stampa che le 110 ragazze rimangono disperse, mentre il presidente del Paese, Muhammadu Buhari, si e’ affidato ai social e dal 25 febbraio ad oggi ha scritto diversi tweet. “Questo e’ un disastro nazionale”, “ci dispiace che sia successo, condividiamo il vostro dolore. Vi assicuro che le nostre valorose forze armate troveranno e restituiranno in modo sicuro tutte le ragazze scomparse”, “non verra’ risparmiato nessuno sforzo per assicurare che tutti vengano restituiti sani e salvi e gli aggressori arrestati e costretti ad affrontare la giustizia”. Anche se il governo ha affermato in passato che Boko Haram era stato sconfitto, il gruppo jihadista sembra invece continuare ad avere liberta’ di azione soprattutto nella regione nord-orientale del Paese. Per quanto riguarda le ragazze di Chibok, mentre molte sono tornate a casa, altre rimangono ancora disperse. Dai racconti di quelle tornate sono emerse realta’ brutali di sopravvivenza nella foresta di Sambisa, dove sono rimaste per mesi e hanno subito pestaggi e torture. In molte poi sono state costrette a sposare i loro aguzzini e a convertirsi all’Islam qualora gia’ non lo fossero. I genitori delle ragazze rapite a Dapchi hanno dichiarato alla stampa di volersi unire al movimento “Bring Back Our Girls” nella speranza che anche loro possano catturare l’attenzione globale e spronare i governi ad agire. (Agi)

 

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