Gaza, le origini della nuova crisi con Israele. Forze israeliane infiltrate, riesplode scontro

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13 novembre 2018

L’esercito israeliano e i gruppi armati palestinesi hanno ingaggiato negli ultimi giorni un conflitto armato che è il più grave da quello del 2014, e che rischia di sfociare in un nuova guerra aperta. Dopo mesi di tensioni, un’operazione di infiltrazione mal riuscita delle forze speciali israeliane avvenuta domenica ha dato fuoco alle polveri, con un ufficiale israeliano e sette membri della sicurezza palestinese di Hamas uccisi.

Nel pomeriggio di lunedì l’ala militare di Hamas, le Brigate Izzedin al-Qassam, si è vendicata lanciano un missile anticarro che ha ferito in modo grave un militare israeliano dall’altro lato della barriera che segna il confine fra lo Stato ebraico e il territorio costiero. Questo attacco ha scatenato una nuova serie di reciproche rappresaglie con incursioni aeree israeliane e lancio di razzi e proiettili di mortaio da parte palestinese, oltre 400 secondo i calcoli dell’esercito israeliano; a sua volta l’aviazione dello Stato ebraico ha colpito circa 150 posizioni di Hamas e della Jihad Islamica, così come degli edifici dal forte valore simbolico come la sede della televisione di Hamas.

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Il bilancio provvisorio è di un lavoratore palestinese e 27 civili israeliani uccisi da un missile caduto ad Ashkelon; sei palestinesi sono morti ed altri 25 sono rimasti feriti nelle ultime ventiquattro ore dalle incursioni aeree su Gaza. Sebbene al conflitto del 2014 fosse seguito un cessate il fuoco più o meno stabile, non è stata raggiunta alcuna soluzione politica e le tensioni si sono esacerbate ulteriormente dal 30 marzo scorso, quando i palestinesi hanno organizzato una grande mobilitazione battezzata “la grande marcia del ritorno”, caratterizzata da manifestazioni anche violente lungo la frontiera. Una mobilitazione divenuta da allora permanente e che secondo Israele è stata orchestrata da Hamas, nelle cui violenze hanno perso la vita finora 233 palestinesi e due militari israeliani.

A rafforzare le tensioni nella Striscia sono poi due impasse, una economica ed una di politica interna: con il blocco israeliano di Gaza un abitante su due del Territorio costiero vive sotto la soglia di povertà, la disoccupazione è salita al 53% e secondo la Banca Mondiale l’economia locale è “in caduta libera”. Hamas, con la quale una parte della Comunità internazionale si rifiuta di avere rapporti, resta poi ai ferri corti con l’Autorità Nazionale palestinese internazionalmente riconosciuta, la quale ha adottato le proprie misure di ritorsione contro l’organizzazione rivale e si oppone a qualsiasi iniziativa di riappacificazione che non ne ristabilisca l’autorità.

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In definitiva, se il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di “non voler ritrarsi da una guerra necessaria” ma di volerla “evitare qualora non sia indispensabile” e la stessa Hamas sembri non auspicare un conflitto, le parti paiono decise a mantenere l’ultima parola e – motivate da questioni di politica interna – moltiplicano le dichiarazioni bellicose. A fronte si questa situazione rimangono gli sforzi internazionali per allentare la tensione, in particolare delle Nazioni Unite e dell’Egitto – che cerca di far approvare uno scambio tra la calma alla frontiera e un alleggerimento del blocco israeliano – ma anche del Qatar, da tempo sostenitore di Hamas e che ha accettato di fornire degli aiuti finanziari per migliorare la situazione economica nella Striscia.

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