Giornate nere per Donald Trump, tra accuse di Cohen e fallito vertice con Kim Jong Un

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28 febbraio 2019

Bollato come criminale da un vecchio amico a Washington, scaricato dal nuovo amico Kim Jong Un in Vietnam, Donald Trump è parso una figura solitaria durante la conferenza stampa che ha tenuto ad Hanoi prima del rientro in patria al termine del fallito vertice sul nucleare nordcoreano. Al presidente Usa è mancata la consueta verve all’incontro con i giornalisti che ha chiuso i due giorni di colloqui con Kim per convincerlo, invano, a rinunciare all’arma atomica. Trump ha fatto poche battute ed è rimasto per lo più in tema, con una performance ben lontana dal soliloquio entusiastico e pieno di divagazioni seguito al primo vertice con Kim a Singapore a giugno.

Stavolta non è parso neppure arrabbiato, solo stanco. Forse perché è rimasto alzato fino a tardissimo ieri per vedere il suo ex avvocato personale Michael Cohen a Washington, mentre era notte fonda in Vietnam, che dichiarava al Congresso che il suo ex datore di lavoro è un malfattore. Trump si è lamentato dell’agenda del Congresso. “Potevano scegliere due giorni dopo o la prossima settimana. Avrebbero avuto più tempo” ha commentato amaramente. In origine il vertice con Kim a Hanoi avrebbe dovuto rappresentare per Trump un’occasione di sfuggire alla palude di Washington. In patria il suo progetto preferito di costruire un muro al confine messicano è impantanato nelle controversie e la accuse di comportamento scorretto si accumulano. Ma dall’altra parte del mondo lo aspettava l’occasione di scrivere la storia. Trump ha reclamizzato alla grande l’evento, apparentemente convinto che con la pura forza della sua personalità avrebbe raggiunto un obiettivo sfuggito per decenni agli sforzi di stuoli di diplomatici: trasformare la Corea del Nord da isolata fortezza nucleare a tigre asiatica amica degli Usa. Si è anche lasciato sfuggire che il suo nome era tra quelli in lizza per il Nobel per la pace.

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Ma all’ora di pranzo ad Hanoi è apparso chiaro che l’ardito azzardo di Trump per il momento è fallito. Con Kim non è riuscito neppure a concordare una dichiarazione congiunta e il vertice si è chiuso con due ore d’anticipo. “A volte devi alzarti e andartene” ha commentato un avvilito il presidente Usa. Giunto ad Hanoi con la speranza di convincere Kim a rinunciare all’arsenale nucleare, Trump ha spiegato di aver invece dovuto fare i conti con l’impossible richiesta del dittatore nordcoreano di revocare le sanzioni economiche di Washington. Ma il presidente Usa ha detto che lui e Kim restano amici. “C’è un calore tra noi che spero rimanga” ha spiegato. “E’ un bel tipo”. E’ chiaro che a Trump piace piacere. Per un presidente che punta tanto sulle sue asserite capacità negoziali, il tocco magico personale è tutto. “Credeteci o no ho un ottimo rapporto con quasi tutti i leader” ha detto Trump in conferenza stampa, aggiungendo, in tono difensivo: “molte persone non riescono a capirlo”.

Ormai non c’è più nulla da salvare nel suo rapporto, un tempo ottimo, con Cohen, un uomo che per oltre un decennio ha lavorato per lui come avvocato e “fixer”. Cohen, che sta per scontare una condanna a tre anni di carcere per aver mentito al Congresso sotto giuramento, ha giurato di nuovo ieri davanti ai deputati per una strabiliante, teatrale, audizione. L’ex avvocato ha utilizzato il palcoscenico della diretta tv, trasmessa in tutto il mondo, per descrivere il suo ex capo come un “malvivente”, “truffatore”, “bugiardo” e “razzista”. All’avvio dei negoziati Trump-Kim a Hanoi ieri, molti si sono chiesti come avrebbe reagito il presidente. Avrebbe ignorato il polverone in patria per concentrarsi sull’enorme posta in gioco nel negoziato di stamani? O sarebbe tornato in albergo per accendere la tv? Il dubbio in realtà non c’è mai stato. “Ho cercato di seguire per quanto ho potuto” ha detto Trump, prima di lanciarsi in una critica dettagliata della testimonianza di Cohen che secondo lui avrebbe mentito “al 95% piuttosto che al 100%”. Con tutto ciò è finito il suo viaggio non proprio felice in Vietnam, in vista di un rientro in patria ancor meno felice. “Sto per salire su un aereo e tornare in quel posto meraviglioso che si chiama Washington DC” ha detto Trump, con una voce più stanca che mai.

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