Inchiesta nomine, la Raggi vittima di raggiro dei Marra

Inchiesta nomine, la Raggi vittima di raggiro dei Marra
Raffaele Marra e Virginia Raggi
9 maggio 2019

“La Raggi è stata vittima di un raggiro ordito dai fratelli Marra in suo danno”. Lo scrive il giudice Roberto Ranazzi in un passo delle motivazioni della sentenza con la quale il 10 novembre 2018 ha assolto con formula piena la sindaca di Roma, Virginia Raggi, dall’accusa di falso ideologico in relazione alla nomina di Renato Marra al dipartimento turismo del Campidoglio. Il magistrato del tribunale monocratico capitolino aggiunge poi: “Sotto l`aspetto formale la nomina di Marra Renato non offre alcuna deviazione dalla procedura di interpello”. Il problema sta nel fatto che a capo del personale c’era Raffaele Marra, fratello di Renato.

La candidatura di quest’ultimo, secondo il giudice “era stata pianificata dai due fratelli Marra molti mesi prima già dalla prima metà di luglio 2016, quale alternativa al diniego del sindaco raggi per la nomina di Marra Renato come il capo o dice capo della polizia locale di Roma capitale”. Insomma i Marra “hanno operato al fine di eludere il predetto diniego del sindaco Raggi – scrive ancora Ranazzi – strumentalizzando l`assessore Meloni, con cui Renato Marra (su consiglio del fratello), in qualità di responsabile del GSSU, aveva opportunamente intrapreso una fattiva collaborazione nella lotta all`abusivismo commerciale. I fratelli Marra, come appare evidente dagli sms del periodo antecedente e successivo alla nomina in questione, hanno chiaramente agito all`insaputa del sindaco”.

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“Appare certo” che la sindaca Raggi “non avesse alcun interesse a tutelare né la persona né la figura di Raffaele Marra (altrimenti lo stesso pm ne avrebbe richiesto il rinvio a giudizio ovvero il Gip ne avrebbe rigettato la richiesta di archiviazione) e che non avesse un interesse proprio a dichiarare il falso, dato che Marra in effetti aveva partecipato formalmente, ed entro certi limiti anche sostanzialmente, alla nomina del fratello Renato, come anche alla sua stessa nomina, quale Direttore del dipartimento risorse umane, e a quella di tutti gli altri dirigenti amministrativi”. Così scrive il giudice Ranazzi che poi spiega: “In ultima analisi come è stato ampiamente sottolineato dalla difesa dell`imputata, una volta caduta l`ipotesi di concorso in abuso d`ufficio per difetto dell`elemento soggettivo, veniva meno il movente a commettere il falso ideologico e, come vedremo, anche il dolo del reato di falso ideologico. In estrema sintesi, in base alle stesse argomentazioni del pubblico ministero, saremmo di fronte ad una `rarissima` ipotesi di falso ideologico senza movente o di falso `fine a se stesso` commesso senza alcuna ragione”.

LA DIFESA “La sentenza ribadisce, con puntuali considerazioni in fatto e in diritto, che la sindaca di Roma , nell`esercizio della sua funzione, non ha reso alcuna dichiarazione mendace ed, in particolare, non ha in alcun modo inteso nascondere alcunché all`Anac in relazione alla nomina di Renato Marra presso l`assessorato al Turismo né in ordine al ruolo svolto in tale contesto dal fratello Raffaele, dimostrando, attraverso una dettagliata analisi delle testimonianze e dei documenti acquisiti in giudizio, anche l`assenza di ogni possibile movente”. Lo affermano in una nota i legali di Virginia Raggi, gli avvocati Emiliano Fasulo, Alessandro Mancori e Pierfrancesco Bruno.

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“Tutto ciò in linea con quanto rivendicato dalla stessa sindaca sin dall`inizio di questa parentesi giudiziaria – aggiungono i penalisti -. L`accurata disamina operata dal giudice sugli atti processuali rivela, semmai, come la Raggi sia rimasta sempre all`oscuro da ogni possibile manovra volta a favorire detta nomina”. Per i legali, infine, le “considerazioni contenute nella motivazione della sentenza non lasciano alcun dubbio, pertanto, sulla liceità e la correttezza dei comportamenti posti in essere dalla sindaca e sull`unica finalità dalla stessa perseguita nella prospettiva di una gestione responsabile e trasparente di Roma Capitale”.

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