Insufficienza renale per 45mila italiani. Il futuro? Teledialisi

Insufficienza renale per 45mila italiani. Il futuro? Teledialisi
5 ottobre 2017

Terapia domiciliare, personalizzazione della cura e telemedicina. È questa in sintesi la linea di indirizzo contenuta nel Piano nazionale della Cronicità attualmente in vigore (approvato nel 2016 dal Ministero della Salute). Un documento che dedica una particolare attenzione alla malattia renale cronica e all’insufficienza renale. “L’obiettivo del Piano – spiega Paola Pisanti, Presidente e coordinatore commissione piano nazionale Cronicità – è quello di centrare i bisogni della persona, non solo dal punto di vista clinico ma anche e soprattutto nell’ambito della quotidianità, facilitando quanto più possibile la convivenza con la patologia e migliorando lo stato di salute e di qualità di vita del paziente. Il cuore del documento è passare dalle linee guida ad una piano di cura personalizzato attraverso lo strumento del PDTA (piano diagnostico terapeutico assistenziale) che serve per definire, attraverso i vari attori coinvolti, qual è il percorso del paziente nella sua presa in carico dall’ospedale al territori”. Il mondo della cronicità è un’area in progressiva crescita che comporta un notevole impegno di risorse. Il fine è quello di contribuire al miglioramento della tutela delle persone affette da malattie croniche, riducendone il peso sull’individuo, sulla sua famiglia e sul contesto sociale, migliorando la qualità di vita, rendendo più efficaci ed efficienti i servizi sanitari in termini di prevenzione e assistenza e assicurando maggiore uniformità ed equità di accesso ai cittadini.

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“In questo Piano, quando si affronta il tema della Malattia Renale Cronica e dell’insufficienza renale cronica, siamo riusciti – spiega ancora la Pisanti – a definire obiettivi precisi che si basano si un piano di cura personalizzato per migliorare l’aderenza alla terapia, la presa in cura territoriale e quindi la possibilità di trattare i pazienti a casa; il tutto reso possibile grazie alla sanità digitale e, nel caso specifico, alla tele-dialisi”. Il 10% della popolazione mondiale è affetta da patologie renali croniche. Nel 2010, a livello globale erano circa 2,6 milioni le persone sottoposte a dialisi. Le stime al 2030 parlano di 5,4 milioni. In Italia sono circa 45.000 i pazienti italiani con insufficienza renale cronica terminale che si sottopongono a dialisi. Di questi, meno del 10% è trattato a casa attraverso la metodica della dialisi peritoneale. “La personalizzazione della cura è oggi un tema di interesse globale che ci spinge ad andare oltre gli standard per migliorarli sempre di più – commenta Claudio Ronco, Direttore del Dipartimento di Nefrologia dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza -. Con la dialisi peritoneale siamo in grado di far stare meglio il paziente non solo dal punto di vista clinico, ma anche e soprattutto in termini di qualità di vita, perché possiamo adattare la terapia alle esigenze personali di ciascun individuo. Inoltre – aggiunge il nefrologo, che nel suo centro ha il 40% dei pazienti in trattamento domiciliare – curare i pazienti a casa permette di generare anche un risparmio considerevole nei costi sanitari delle Regioni”.

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L’inizio della dialisi può rappresentare per il paziente un momento di disorientamento. Spesso a causa della mancanza di tempo e di sostegno (utili a capire le diverse opzioni terapeutiche disponibili) la maggior parte dei pazienti inizia con il sottoporsi all’emodialisi in ospedale. Una risposta a questi cambiamenti, in linea con le indicazione del PNC, può venire dalla “deospedalizzazione” del trattamento dialitico, grazie a un maggior ricorso alla dialisi domiciliare, in particolare a quella peritoneale. Le caratteristiche di questa modalità di dialisi la rendono infatti particolarmente idonea alla esecuzione a casa del paziente. Sotto il profilo squisitamente tecnico la dialisi peritoneale espone l’organismo a un minore stress emodinamico, garantisce un buon controllo dell’anemia, un minor rischio di disturbi del ritmo cardiaco, non necessita di un accesso vascolare e salvaguarda la funzione renale residua. Tuttavia, nonostante la dialisi peritoneale domiciliare sia indicata per la maggior parte dei pazienti, ad oggi la percentuale di utilizzo di questa metodica in Italia non raggiunge il 10%. Gli studi dicono che si potrebbe arrivare al 30%. Più precisamente nei pazienti incidenti, cioè quelli di nuovo arrivo alla dialisi, la percentuale in dialisi domiciliare dovrebbe essere fra il 30 e il 40%, mentre nei pazienti prevalenti potrebbe collocarsi fra il 20 e il 30%.

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