John Pepper: il fotografo di strada come artista dell’assoluto

John Pepper: il fotografo di strada come artista dell’assoluto
19 dicembre 2016

Una mostra aperta a Roma fino al 18 gennaio, una distesa di foto da tutti gli angoli del mondo, scatti in bianco e nero rubati alla realtà. “Evaporations” di John Pepper è presso la Fondazione Terzo Pilastro a Palazzo Cipolla. “Evaporations è la fine di un percorso che è durato due anni. Il mio lavoro spesso è definito “fotografo di strada”. Essere un fotografo di strada puro significa essere qualcuno che cattura un’immagine, uno scatto senza nessun rapporto con il soggetto. Cartier Bresson quando faceva il fotografo di strada, era come un ballerino che ballava attorno. Nel momento in cui aveva fatto un clic era già sparito. Quando io faccio dei clic sono già sparito prima che la persona se ne accorga. La differenza, di quel che era una volta il fotografo di strada, che erano anche fotogiornalisti, è che io cerco nel mio lavoro di non catturare solo un momento, ma l’assoluto, un assoluto che rappresenta la mia visione del mondo in cui viviamo”.

John Pepper è figlio d’arte, americano cresciuto a Roma dove il padre Curtis dirigeva la redazione di Newsweek, la madre Beverly che tutt’ora vive a Todi è una scultrice, la sorella Jorie Graham una poetessa vincitrice del Pulitzer. Un’eredità preziosa che è anche un peso: “Dico sempre scherzando che io e Woody Allen ci somigliamo… Finché ho realizzato che tutti i soldi che spendevo in analisi potevo farmi una casa in campagna e quindi me la sono comprata. E’ un privilegio, è un peso, è ricco, nutre molto. Mio padre mi ha dato la mia prima macchina fotografica. Per altruismo? Non credo; forse perché voleva cambiare da una Pentax a una Nikon. Però ho avuto questi genitori che mi hanno sempre incluso: Roma, anni Settanta, un po’ di libertà. Questo vecchio signore cinquantenne che a tavola parlava di fotografia, come si inquadra una foto, Cartier Bresson, David Seymour, grandi totem della fotografia. Mio padre lavorava per Newsweek. Il più grande privilegio fu quando volendo sbarazzarsi di me per un’estate mi hanno mandato da Ugo Mulas per fare l’apprendista. E lì ho cominciato a imparare cos’è la fotografia”.

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E i progetti futuri di John Pepper, regista oltre che fotografo, intanto vanno verso l’assoluto: “Ho appena fatto una nuova regia di teatro in Russia e sono stanco di teatro; a parte l’obbligo di rimettere in piedi “Danny e il profondo blu” con Leonardo Sbragia con testo di Enrico Vanzina; ma io devo essere egoista come artista e l’unico modo per ritrovare me stesso è andare nel deserto come farò a febbraio: in Iran, in Israele, in Mauritania, continuare il libro che sto preparando sui deserti: perché nel deserto l’uomo è passato, ma rimane traccia dell’uomo che è passato o la sabbia millenaria ha già tolto tutto? Ancora una volta è la ricerca di me stesso come artista totale, non come fotografo che cerca di catturare un istante”.



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