Jonathan Safran Foer: per salvare il mondo meno carne e ipocrisia

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24 settembre 2019

Anni fa lo scrittore indiano Amitav Ghosh si domandava perché la letteratura non fosse capace di affrontare il tema del cambiamento climatico. Le cose hanno cominciato a mutare a livello di dibattito pubblico, ma ancora per gli scrittori resta un tema difficile da affrontare a livello di fiction. E anche Jonathan Safran Foer, autore di romanzi come “Ogni cosa è illuminata” o “Eccomi”, ha scelto la forma saggistica per il suo libro dedicato alla crisi climatica: “Possiamo salvare il mondo, prima di cena”, edito in Italia da Guanda. Lo abbiamo incontrato durante il Festivaletteratura di Mantova.

“La gente dice: omioddio moriremo tutti entro 40 anni, ma non è vero e questo tipo di pensiero isterico – ha spiegato ad askanews – può portarci a dire che se è così, non possiamo fare nulla. Quello che succederà, invece, è che stiamo per perdere molte cose importanti: perderemo una certa percentuale di ghiacci, una certa percentuale della foresta amazzonica, perderemo una certa percentuale di specie e perderemo anche molti bambini, perché il clima cambiato produrrà fame. Avremo milioni di rifugiati climatici e un certo numero di giorni nei quali non potremo uscire di casa. Sono numeri importanti e quello che possiamo fare è rendere questi numeri il più piccoli possibile”.

Foer ci ha raccontato della frustrazione di dire e sentire dire da tutti che “dobbiamo fare qualcosa”, senza mai però agire davvero. E uno dei pregi del suo libro è proprio quello di smontare il giocattolo delle facili auto-assoluzioni di ciascuno di noi, compreso lo stesso scrittore. “Questo libro – ha aggiunto – è una specie di artefatto su un anno della mia vita, un periodo nel quale io mi stavo interrogando molto in profondità su quello che avrei potuto fare io e ho raggiunto alcune conclusioni su quello che si dovrebbe fare, ma, se devo essere sincero, io non sono in grado di fare tutte le cose che ho scritto andrebbero fatte e credo che questo sia un punto di partenza piuttosto buono, anche per iniziare a perdonare noi stessi e perdonare gli altri, abolendo l’ipocrisia reciproca e cominciando a fare dei veri tentativi”.

Il punto, come già era in parte emerso nel suo precedente saggio dedicato al mangiare carne, per Jonathan Safran Foer è proprio l’allevamento intensivo e quella che in inglese è chiamata “animal agricolture”. Ma si possono anche mettere in atto altre forme di azione. “Non è un mistero per nessuno quello che dovremmo effettivamente fare – ci ha detto con grande chiarezza -. Sappiamo, senza ambiguità né controversie, che ci sono quattro cose con cui ogni persona può fare la differenza. E sono: avere meno figli, prendere meno l’aereo, vivere senza automobile e seguire una dieta a base vegetale. Tre di queste cose sono molto molto difficili, ma in tema di alimentazione abbiamo grandissima libertà, e si tratta anche dell’unica azione che ha effetto immediato sulle emissioni di metano e protossido di azoto, che sono la cosa davvero grossa”.

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Mangiare decisamente meno carne, insomma, come prima via per evitare la catastrofe climatica, o quantomeno mitigarne gli effetti. La parola “speranza”, insomma non è abolita del tutto dal vocabolario di Jonathan, anche se, come nella dedica che ci scrive sul libro resta una speranza “cauta”. Ma il punto vero è, in primo luogo, l’ineludibile necessità di un cambio radicale di atteggiamento mentale, da subito. “Dobbiamo cominciare a pensare al fatto che le differenze nei nostri comportamenti contano – ha concluso Foer – e che le differenze nei risultati contano e questi ultimi sono interamente conseguenze dei nostri comportamenti”.

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