Killer di New York incriminato, interrogato un altro uzbeco

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2 novembre 2017

Nel giro di poco tempo, nel pomeriggio americano del primo novembre l’Fbi ha aperto la caccia e trovato un ragazzo da cui vuole ottenere informazioni legate all’attacco terroristico, il primo dall’11 settembre 2001, che ha colpito New York nel giorno di Halloween. Si tratta di un cittadino uzbeco, come il killer radicalizzato in Usa che il giorno precedente aveva guidato contromano un furgone lungo una pista ciclabile di Manhattan uccidendo otto persone, di cui sei straniere, e ferendone 12. Teoricamente il veicolo era stato preso a noleggio per due ore “ma con l’intenzione di non restituirlo” mai. Mentre la polizia federale localizzava Mukhammadzoir Kadirov, 32 anni, la procura dello Stato di New York formalizzava le accuse contro Sayfullo Saipov, il 29enne che ha provocato la tragedia nel nome dell’Isis e che – stando all’Fbi – l’ha pianificata “oltre un anno fa” e che “due mesi fa” ha deciso di utilizzare un furgone con l’obiettivo di “uccidere più persone possibile”. Nove giorni prima dell’attacco, aveva noleggiato un altro veicolo per fare pratica. Ha scelto la giornata del 31 ottobre perché pensava che nel giorno in cui l’America si traveste per festeggiare Halloween ci sarebbero state più persone per strada. Per fortuna, il numero delle vittime è stato relativamente contenuto. Anche perché Saipov intendeva continuare la sua strage puntando verso il Brooklyn Bridge, sul lato opposto di Manhattan rispetto a dove è avvenuto l’incidente. Costretto a lasciare la vettura dopo una collisione con uno scuolabus, l’attentatore ha gridato “Allah Akbar” ed è stato stato bloccato da un agente, che ha sparato nove colpi; uno ha colpito allo stomaco il killer, trasferito in ospedale dove è poi stato interrogato. Durante l’interrogatorio Saipov ha chiesto di esporre la bandiera dell’Isis nella stanza d’ospedale e che “si sentiva bene in merito a quanto fatto”.

Saipov, definito da Donald Trump un “animale”, è stato accusato di avere fornito sostegno a un’organizzazione terroristica, ossia l’Isis, e di avere deliberatamente provocato distruzione e violenza a scapito della sicurezza di vite umane. Nell’elencare i due capi di imputazione durante una conferenza, Joon H. Kim, della procura di New York, ha voluto “ringraziare le forze dell’ordine per aver risposto all’attacco nella maniera in cui i newyorkesi sanno fare”. Ricordando che cinque delle persone uccise erano amici argentini venuti nella metropoli per un anniversario scolastico, ha promesso: “Qui, nella città più speciale della terra dove erano venuti, sarà data loro giustizia”. I capi d’imputazione sono contenuti in un documento in 10 pagine che descrive nel dettaglio le azioni di Saipov; se si sapeva già che il killer era sceso dalla vettura con due pistole in mano – una pellet e l’altra per paintball – si è scoperto dal documento che accanto a lui fu poi trovata una borsa, tre coltelli e un portafogli contenente la patente di guida ottenuta in Florida. Nel furgone sono stati rinvenuti due cellulari e una stun gun (funziona come un Taser ma diversamente da esso richiede un contatto diretto per colpire con una scossa elettrica) oltre a documenti in lingua araba e inglese. In base a traduzioni preliminari citate nel documento, i messaggi in arabo recitavano: “Nessun Dio ma Dio e Muhammad è il profeta” e “Supplica islamica. Resisterà”, riferito all’Isis.

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Nei cellulari sono stati trovati 90 video molti dei quali associati alla propaganda dell’Isis. L’Fbi, come aveva detto in mattinata, sostiene che Saipov abbia seguito alla lettera le istruzioni diffuse dall’Isis sui social media e sul web su come condurre attacchi: “E’ stato ispirato dai video dell’Isis che ha guardato sul suo cellurare”, recita il documento in cui si cita il ruolo cruciale avuto da un video di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’organizzazione terroristica. Continuano intanto le polemiche sull’ipotesi ventilata da Trump di trasferire Saipov nel carcere di massima sicurezza a Guantanamo, quello a Cuba che il suo predecessore Barack Obama avrebbe voluto chiudere. Una tale mossa non sembra possibile visto che il cittadino uzbeco arrivato legalmente in Usa nel 2010 è residente permanente (ossia dotato di Green Card). L’inquilino della Casa Bianca è stato poi oggetto di critiche anche per avere politicizzato la tragedia: all’indomani dell’attentato ha accusato i democratici di avere promosso una lotteria di Green Card grazie alla quale Saipov sarebbe riuscito a mettere piede in Usa. Trump preme sul Congresso affinché metta fine a un programma che è stato frutto di un lavoro bipartisan e a cui ogni anno milioni di persone da tutto il mondo vi partecipano rincorrendo il sogno americano.

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