La morte di Papa Luciani e quei “gialli” smentiti dalle carte

La morte di Papa Luciani e quei “gialli” smentiti dalle carte
Papa Giovanni Paolo I, (Albino Luciani)
21 ottobre 2019

Papa Luciani fu avvelenato con il cianuro, in una congiura di palazzo ordita da Paul Marcinkus, perché voleva denunciare frodi azionarie compiute in Vaticano. La ultima versione fantapolitica sul Pontefice che morì 33 giorni dopo il Conclave che lo elesse nel 1978 è esposta da un ex gangster della famiglia mafiosa americana dei Colombo, Anthony Luciano Raimondi, suo libro di memorie ‘When the Bullet Hits the Bone’, appena pubblicato negli Usa dalla casa editrice Page Publishing. Uno scenario non nuovo, per uno dei più imperituri gialli vaticani, che è stata però già smontata da una accurata indagine pubblicata pochi mesi fa da Stefania Falasca, giornalista nonché vice-postulatrice della causa di beatificazione. Il libro ‘Papa Luciani. Cronaca di una morte’ (Piemme), che ha due meriti. Il primo, più evidente, è ricostruire, per la prima volta con referti medici e testimonianze-chiave sinora inedite, perché sub secreto pontificio, le circostanze del decesso di Giovanni Paolo I, sfatando così le svariate leggende noir che si sono accumulate intorno ai destini del pontefice veneto. Il secondo – una volta sgombrato il campo dal ‘giallo’ – restituire al lettore il significato di un pontificato che, pur breve, non fu per questo minore.

Luciani morì per un infarto che si era manifestato con un dolore al petto già poche ore prima della sua morte. La gravità del malore fu sottovalutata dal Papa stesso così come dai collaboratori che ne erano a conoscenza. Attingendo ai fascicoli sinora secretati della Santa Sede, Falasca porta alla luce, in particolare, la testimonianza di suor Margherita Marin, l`unica sopravvissuta delle religiose che servivano nell`appartamento pontificio (e incredibilmente non interrogata nel corso della causa diocesana per la beatificazione di Luciani), e il referto clinico firmato dal dottor Renato Buzzonetti, primo medico ad essere chiamato al capezzale del Papa morto. Dalla ricostruzione degli eventi che sfociano nella morte del Pontefice vengono alla luce molti particolari precisi, e inediti, come il fatto che, per volontà dell`allora cardinale di Stato Jean-Marie Villot la sala stampa vaticana diffuse un comunicato stampa che dichiarava falsamente che il Pontefice era stato trovato morto dal suo segretario John Magee (e invece era stato rinvenuto da suo Marin e, prima ancora, da una sua consorella più anziana); la inadeguatezza nel ruolo dell`altro segretario del Papa, don Diego Lorenzi, e la scarsa credibilità di molti dettagli raccontati negli anni da quest`ultimo nonché da Magee; il fatto che Luciani – contrariamente a notizie messe in giro anche da qualche cardinale – non era riverso a terra ma sembrava essere morto nel sonno; ma anche le domande che, in preparazione del successivo Conclave, i cardinali vollero rivolgere ai medici (se ‘l`esame della salma’ consentiva di ‘escludere lesioni traumatiche di qualsiasi natura’, se fosse accertata la diagnosi di ‘morte improvvisa’, se ‘la morte improvvisa è sempre naturale’), che mostrano come tra gli stessi porporati ci fosse chi non escludeva l`ipotesi di una morte provocata, smentita invece dai medici.

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Luciani, è il quadro che emerge e che smentisce tante ipotesi di questi decenni, non era oppresso dal peso delle responsabilità, viveva con serenità il suo mandato, non prevedeva di essere eletto né che il suo pontificato sarebbe durato poco, si sentiva fisicamente bene, e, da quel che è possibile ricostruire, prima di morire non si stava occupando dello Ior, ma della nomina del suo successore a Venezia (il riottoso Angelo Viganò, che non riuscì a nominare prima di morire). Giustamente Pia Luciani, citata nel volume, commenta nella sua deposizione per la causa di beatificazione: ‘Credo che la Curia romana sia stata poco prudente nel dare informazioni non esatte circa il suo rinvenimento, aprendo così la strada alle illazioni’. Il libro di Stefania Falasca, che porta la prefazione di un altro veneto, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, non è solo un avvincente ricostruzione storiografica su uno dei più discussi ‘gialli’ del Vaticano, bensì – come ‘l`atto di giustizia e di pace’ rappresentata dal processo di beatificazione – una riscoperta del pontificato di Luciani. Perché ‘nel corso del pur breve pontificato si sono così manifestate le priorità in cantiere di un pontefice che ha fatto progredire la Chiesa lungo le strade maestre indicate dal Concilio: la risalita alle sorgenti del Vangelo e una rinnovata missionarietà, la collegialità episcopale, il servizio nella povertà ecclesiale, il dialogo con la contemporaneità, la ricerca dell`unità con le Chiese cristiane, il dialogo interreligioso, la ricerca della pace’.

C`è un aspetto sul quale il volume indugia a più riprese, grazie anche ad alcune carte conservate nell`archivio di Giulio Andreotti, da ultimo direttore della rivista 30Giorni – da dove Falasca proviene – che, caso raro nel panorama editoriale cattolico, non ha mai sottovalutato la figura di Giovanni Paolo I. E` la presenza di Papa Luciani nella politica internazionale dell`epoca. L`attenzione a lui riservata dalla diplomazia russa e dal presidente Breznev in persona, gli appelli – in un caso omessi dalla comunicazione ufficiale vaticana – per i colloqui di Camp David, la cordiale corrispondenza con il presidente statunitense Jimmy Carter che quei colloqui promosse. Al lettore del libro viene spontaneo domandarsi come sarebbe stata la Chiesa cattolica se il pontificato di Giovanni Paolo I fosse durato più a lungo. Come avrebbe inciso nella ricezione del Concilio vaticano II appena concluso, aperto da Giovanni XXIII e chiuso da Paolo VI: ‘Con l`inedita scelta del binomio ‘Giovanni Paolo”, annota Falasca, ‘aveva eretto l`arco di congiunzione di coloro che erano stati le colonne portanti di tale opera. Colonne che furono da taluni giudicate staccate. Luciani conosceva questo dissidio serpeggiante in seno alla Chiesa e lo considerava offensivo della verità e nemico dell`unità e della pace’.

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Come avrebbe inciso sulla storia della Chiesa, marcata, dal secondo Conclave del 1978, dalla forte personalità – e dalla decisa posizione politica – dal polacco Karol Wojtyla, un Papa schierato senza esitazione contro il comunismo internazionale. Come avrebbe inciso sulla storia d’Italia e del mondo della guerra fredda. E’ significativo, al riguardo, che il primo nome al quale Luciani pensò per Venezia – e anche questo è uno scoop del libro – fosse il flamboyant gesuita Bartolomeo Sorge, che, come si legge in una lettera molto critica inviata al Papa dall’allora presidente della Cei Angelo Poma, ‘dopo la lettera di Berlinguer a mons. Bettazzi, ha auspicato pubblicamente un dialogo culturale con il comunismo italiano. Anche tale posizione non favorisce l`unità dell`episcopato italiano’. E a proposito di compromesso storico, la memoria del lettore non può non andare ad una altra morte traumatica – questa sì violenta – che segnò, poco più di un anno dopo, le sorti del paese e quelle del compromesso storico, l’uccisione di Aldo Moro. Ma questi, appunto, sono interrogativi del lettore, tutto sommato oziosi.La realtà, quella documentata con acribia, è quella contenuta nella ‘cronaca di una morte’.
Ossia, che ‘Luciani non è stato ucciso’.

O meglio: ‘E’ stato ucciso post mortem dal silenzio di quanti, fuori e dentro le mura vaticane, non hanno potuto trarre vantaggi personali in termini di onori mondani dal suo fugace passaggio, dalla sua limpida e scarna testimonianza evangelica. È stato ucciso post mortem dal sussiego di un oblio storico e storiografico perché sfuggente ai compartimenti stagni degli incasellamenti e ai ritorni d`interesse dei riscontri in chiave ideologica di quanti allora, come ancora oggi, confrontano gesti e parole con la tabella dei valori stabiliti dalle agende liberal o conservative. E’ stato ucciso post mortem dall`avido accredito alle pièce teatrali di certa fumettistica noir che ha speculato abilmente sull`immaginario accattivante di una morte violenta relegandolo a una damnatio memoriae per la quale valgono le parole di Cristo agli scribi e ai farisei: ‘Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre’. Anche l`epilogo compiuto della Causa – che si offre quale contributo per una sistematica ricerca e una riscoperta – diviene allora non la riabilitazione staliniana dei caduti, non una questione di risarcimento o di ‘ricorso in appello’, ma un atto di resipiscenza profonda, che restituisce a Luciani esattamente quello che Luciani ha significato nella e per la Chiesa. Diviene così un atto di giustizia e di pace, cioè un vero atto di Chiesa. Non si è potuto del resto ignorare che dalla morte di Giovanni Paolo I una fama di santità non artefatta, non sponsorizzata da strategie ecclesiastiche, si è diffusa sempre più in crescendo spontaneamente e universalmente. La voce degli umili ha scalzato il silenzio. Hanno gridato le pietre’.

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