Dopo l’avanguardistica Turandot, arriva la tradizione ottocentesca de La Favorite

Giorgio Misseri ©rosellina garbo
1 marzo 2019

“La maitresse du roi, la maitresse du roi”… O, nella versione italiana, “Favorita del re, Favorita del re”. Il grido d’accusa di Fernand si stempera nel malinconico e dolce “Ange pur” o ancora nel, forse più noto, “Spirto gentil”, tema di tutti i tenori, ma poesia pura che ti strappa l’anima, proprio come Leonòr ha fatto con il povero Fernand. Il plot de La Favorite di Donizetti è quello più classico: il triangolo amoroso Lui ama Lei, ma l’altro Lui si oppone a questo amore distruggendolo. Un classico del Romance ottocentesco che a tinte fosche delineava le passioni, gli ardori, ma anche i drammi di re, cavalieri, nobildonne e cortigiane di epoche passate, spesso anche ispirate agli intrighi di corte più vicini, e che i librettisti de La Favorite sanno sapientemente dosare. Ascoltando l’opera non si può fare a meno di essere vittime di dejavu e visioni musicali. Donizetti costruisce prendendo qua e là da sue stesse composizioni ma anche da suoi contemporanei colleghi, Bellini ad esempio e sicuramente da Donizetti Verdi ha tratto ispirazione per il ruolo di Carlo V nell’Ernani – così vicino all’Alphonse XI de La Favorite – come anche per il duetto Filippo II/Grande Inquisitore del Don Carlo. E la lista potrebbe ancora continuare. Del resto lo stesso Donizetti, già nel concepire l’opera da cui poi sarebbe sorta La Favorite, L’Ange de Niside, in una lettera datata 1839, faceva saper di avere composto l’opera con “musica vecchia anzichenò”.

E sicuramente l’essere un prolifico compositore era una delle caratteristiche del compositore bergamasco, capace di scrivere un’opera in pochissimo tempo. Questa “musica vecchia anzichenò” presa appunto dall’Ange de Niside e rinnovata in alcune parti annovera alcuni dei momenti più alti della scrittura operistica. Ognuno dei quattro ruoli principali si caratterizzano proprio grazie alle arie che sono loro dedicate, ed ognuno di essi deve vantare un interprete straordinario capace non solo di superare le impervie variazioni e dinamiche poste da Donizetti in essi ma deve soprattutto operare uno scavo profondo di essi, delineandone le diverse sfumature espressive e caratteriali. Si perché Leonòr non è la semplice amante del re, e Alphonse non è l’abituale sovrano despota e tutto d’un pezzo, come anche Fernand non è il sempliciotto di turno ingannato, e soprattutto, Balthazar non è un semplice padre priore. Ma soprattutto, l’Amore, che sembra essere la chiave di volta, in realtà si inchina e soccombe alle macchinazioni del potere e della politica. Alla fine quindi La Favorite non si può dire sia il classico Grand Operà del tempo tutto Arie, Cabalette, danze e sfarzo, ma anticipa sottilmente quanto poi sarebbe stato operato qualche anno più tardi da Verdi.

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Ecco quindi che il riprendere il gusto della rappresentazione ottocentesca, in questa versione presentata dal Massimo di Palermo come terzo appuntamento della Stagione, non riesce a cogliere ciò che di moderno racchiude l’opera, pur riportando indietro il pubblico alla tradizione e al fascino delle scene dipinte su tela: magnifiche quelle create da Francesco Zito, ispiratosi, probabilmente, come anche per i costumi, ad una precedente messa inscena dell’Ernani, da lui stesso firmata, e data sempre al Massimo qualche anno fa. Un fascino però quello delle tele un po’ polveroso se non ravvivato da un gioco di luci più conforme non solo agli spazi fisici, quanto a quelli psicologici, dell’anima dei protagonisti: la quasi perenne penombra – se si escludono in parte le scene dell’isoletta dove Fernand incontra Leonor dopo avere abbandonato il saio e il convento di San Giacomo di Compostela e del secondo atto nei giardini dell’Alcazar – e poche luci fisse, come anche l’assenza di elementari supporti scenografici, atti a riempire la scena – a parte l’ingombrante e lungo tavolo che divide la scena in due nel terzo atto – poco aiutano a figurarsi lo sfarzo della corte spagnola di fine ‘300. Se l’intento era però quello di ricreare gli elementari mezzi con cui nell’ottocento si mettevano in scena le opere allora questo può dirsi pienamente riuscito. Specialmente se si considera anche la quasi immobilità delle masse corali, sempre in secondo piano, in fondo al palcoscenico, e la posizione dei solisti, avanti, quasi canonica.

Non si può dire che il regista Allex Aguilera abbia brillato per particolare estro, se non forse appunto per il ritorno al passato, o per una lettura alquanto bizzarra del Re Alphonse, visto quasi come un despota capriccioso che tuttavia languisce d’amore, pur essendo pronto a trovarsi una nuova concubina tra le danzatrici della festa organizzata per divertire la sua triste amante, nonostante poco prima abbia reso un’ardente dichiarazione d’amore – l’Aria “Leonor! Viens” del secondo atto – che lo vede pronto a rinunciare a tutto corona, soglio e devozione al Papa, rinnegando la legittima moglie per sposare Lei, la sua amante a dispetto di tutto e tutti. A disegnare il ruolo controverso di Alphonse – il cui carattere Donizetti descrive minuziosamente attraverso la sua musica – il Teatro Massimo ha chiamato due tra gli attuali giovani baritoni italiani di rilievo, Mattia Olivieri e Simone Piazzola, entrambi dotati di un timbro affascinante, pastoso e lucente al tempo stesso. Entrambi hanno aderito al personaggio voluto dal regista pur caratterizzandolo in modo diverso, il primo giocando più sull’irruenza, il nervosismo del re, quasi facendone intuire la follia amorosa, il secondo dando invece più risalto alla nobiltà del rango, l’autorità – specie nel duetto con Balthazar durante la scena della scomunica – e la dolente mestizia nello scoprire di essere stato tradito. Ottimi entrambi nel sognante “Leonor, vien” e nell’enfasi della cabaletta, come anche nel confronto nel terzo atto con Leonor, dopo avere acconsentito al matrimonio con Fernand, ma solo per vendicarsi, anche se qui sarebbe preferibile più un tono ironico e sarcastico, piuttosto che quello dolente manifestato, come certe frasi nella musica e nel testo – “Mi vendico da re”, oppure “Non tradire lui che si vanta essere il tuo solo amore” – fanno indovinare.

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Ad Alphonse si contrappone l’ingenuo Fernand, preso tra l’incudine della Fede religiosa, che lo vede frate, e il martello dell’Amore per una donna che lui crede pura, ma che si rivela essere la “Maitresse” del re. Jon Osborne e Giorgio Misseri ben delineano questa ingenuità e innocenza grazie ad un timbro leggero che si esprime al meglio nei momenti più lirici come nella prima Aria del primo atto “Un Ange…” e nell’ultima “Ange si pur”. Misseri sfoggia anche un certo slancio eroico e un’enfasi espressiva che lo aiutano a risolvere li dove la tecnica a volte langue. Tecnica che sostiene maggiormente Osborne, che però resta più fisso dal punto di vista espressivo. Al loro fianco le Leonor di Sonia Ganassi e della debuttante Raehann Bryce-Davis. L’esperienza della prima regala una Leonor tormentata, afflitta, quasi restia a credere – e a ragione – ad una speranza di felicità. Pur con qualche forzatura la sua voce svetta e si piega seguendo gli umori del personaggio. Una vera rivelazione la seconda, un nome da tenere a mente e da seguire nei suoi prossimi passi. Un timbro da mezzo pastoso, il suo, ricco, ben calibrato e uso alle sfumature del fraseggio come dimostra la bella resa della celebre “O mon Fernand”, “O mio Fernando”, dove amore, paura e delusione si alternano in una delle più belle arie per mezzosoprano. Struggente il duetto finale mentre spira tra le braccia dell’amato ormai certa del suo perdono.

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Su tutti incombe in un certo senso la figura di Balthazar, artefice forse delle sfortune dei tre: Priore del convento di Compostela, cui Fernand era destinato a succedere, ma anche messo del Papa, la cui scomunica colpisce Leonor e di conseguenza anche Alphonse. Marko Mimica e Riccardo Fassi vestono il saio e la porpora di questo nobile mefistofelico frate. Mimica pur avendo una bella voce profonda, non riesce a raggiungere pienamente la statura del personaggio, l’autorità ma anche l’autoritarismo che lo caratterizzano. Fassi è invece un Balthazar, quasi alla Rasputin, che fa onore al demoniaco nome – ironia della sorte, o forse no, la scelta di uno dei nomi del Diavolo, per il rappresentante del Papa – con un ottimo timbro da basso profondo che ne accentua l’altera natura. Completano il cast Clara Polito, come Ines, puntuale e precisa, Blagoj Nacoski nei panni del perfido Don Gaspar, che sembra gioire delle sventure di Leonor e Fernand. Francesco Lanzillotta dirige puntualmente l’orchestra del Teatro Massimo, che ogni tanto però si libera dalle briglie, specie la sezione dei fiati, gli ottoni in particolare. Bene il Coro, pur con qualche riserva sulla pronuncia francese che non rende fluido il fraseggio. A Carmen Maruccio l’incarico di coreografare i ballabili: piacevole e curata la coreografia che vede otto ballerini del Corpo di Ballo incarnare delle schiave in mano ai turchi, quasi un dejavu per la povera Leonor, che li allontana alla fine spaventata dal ricordo, o forse dal timore che una delle ballerine possa sostituirla nel letto del re. Particolare lasciato nel dubbio. Per provare a scoprirlo restano le ultime due date: La Favorite sarà ancora in scena il 2 e il 3.

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