Massimo di Palermo, ‘Il ritorno di Ulisse in patria’ meritava più “scena”

©ICKHEO
11 febbraio 2019

In attesa che Orchestra e Coro tornino dalla tournee in Oman con La Traviata di Verdi sotto la direzione e con l’interpretazione di Placido Domingo, nel ruolom mdi Papà Germont, e al quale sembra sia stata strappata la promessa, da concretizzare, di venire a cantare a Palermo in un futuro più che prossimo, il Teatro Massimo ha voluto portare in scena, come seconda opera di stagione dal 7 al 10 febbraio, Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi. Lodevole l’iniziativa di reainassence barocca, che si traduce anche in un’ottima strategia culturale e amministrativa, ma sarebbe stata sicuramente preferibile una iniziativa più costruita, pensata, da, appunto, seconda opera in cartellone, e non siparietto di nicchia, quasi per ingannare il tempo tra la tournee in Oman e la messa in scena de La Favorite di Donizetti in scena a fine mese dal 24 febbraio. Sì perché Il ritorno di Ulisse non è l’opera di Monteverdi nella sua versione originale, ma in una riveduta e corretta dall’animatore, nonché regista, joannesburghese William Kentridge, e da Philippe Pierlot, direttore alla guida del Ricercar Consort e curatore degli arrangiamenti musicali.

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Con loro, ancora una volta, dopo la fortunata prova di Turandot, le animazioni e i video tornano al Massimo, in una più triste, se non tetra, forma, rispetto a quella colorata e immaginifica proposta dagli AES+F per l’opera Pucciniana in apertura di Stagione. Kentrige infatti coglie più che l’aspetto eroico dell’opera e della storia, quello mortale, rendendo Ulisse quasi una sorta di esperimento, mal o ben riuscito, degli dei, insieme alla vulnerabilità della razza umana, esposta alle mille traversie che gli dei gettano contro. Ecco quindi che Ulisse appare più come un pigiamato corpo semi esanime in una aula di anatomia, su un tavolo da laboratorio, sottoposto ad analisi, screening, ecografie, raggi x, operazioni chirugiche, quasi a volere ricercare la sua natura vagabonda che lo tiene lontano dalla famiglia. Il tutto proiettato su uno schermo/lavagna luminosa. Il suo vagare da una sponda e l’altra, sino all’agognata Itaca dove l’aspetta una spenta e stanca Penelope, un figlio e i pretendenti al suo trono, viene raccontato da marionette, cui i cantanti, aiutati, danno voce e movimenti.

Kentridge infatti con l’ausilio dei bravissimi manovratori della Handspring Puppet Company, diretta da Adrian Kohler, autore anche delle scene con Kentridge e delle marionette e dei costumi e da Basil Jones, dopo aver ridotto all’osso, la partitura di Monteverdi – appena 100 minuti di spettacolo – lascia tutta l’azione sul palco alle marionette. I cantanti – Jeffrey Thompson (Ulisse e Humana fragilità), Margot Oitzinger (Penelope), Jean-François Novelli (Telemaco e Pisandro), Antonio Abete (Nettuno, Antinoo e Tempo), Anna Zander (Melanto, Fortuna e Anfinomo), Hanna Bayodi-Hirt (Amore e Minerva) e Victor Sordo (Eumete e Giove), i quali del resto non spiccano certo per voci o per dizione e intonazione, a parte Hanna Bayodi-Hirt (Amore e Minerva), appaiono quasi come figure comprimarie, la cui presenza sembra anzi quasi, nell’impaccio di assecondare il muoversi dei burattini, superflua.

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I tagli operati da Philippe Pierlot alla testa del Ricercar Consort da lui fondato, nella revisione della partitura per un ensemble di viole da gamba, tiorbe e arpa, riduce l’opera a spettacolo più adatto ad un teatrino di 100 posti almeno, di quelli cui lo stesso Monteverdi, inizialmente era abituato, riducendo però in questo modo i momenti più corali dinamici e vari della partitura. L’idea di collocare poi i musicisti – bravissimi – in scena intorno al centro dove si svolge l’azione, su degli spalti pedane, o certi costumi delle marionette, enfatizza questa idea sicuramente di recupero della messa in scena barocca, che però muore nella confusione della resa generale. Si attenda quindi un altro ritorno – Orchestra e Coro, trionfatori in Oman – e ben altro Ulisse, nei panni magari Domingo che con questa Traviata negli Emirati Arabi sembra aver compiuto la prima tappa per giungere a Palermo e continuare qui la collaborazione con la Fondazione. I ulteriore attesa di ciò dal 24, La Favorite di Donizetti, nella sua versione in lingua francese.

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