Montante: “La banca dovrebbe tornare a fare la banca”

7 febbraio 2014

Cinquantuno anni, siciliano di San Cataldo, con una serie di incarichi di ‘peso’ alle spalle. E’ stato insignito anche dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro e adesso è il presidente di Confindustria Sicilia. Un impegno gravoso, quello di Antonello Montante, in un momento dove la crisi in Sicilia (e non solo) ha raggiunto livelli storici.

Presidente, da quasi due anni è al timone di Confindustria Sicilia. Possiamo tracciare un primo bilancio?

“Sono stati anni molto intensi, durante i quali abbiamo lavorato per portare avanti la mission di Confindustria, ossia fare resistere le imprese sui mercati, creando un confronto costante con il sistema bancario e sostenendo un valore fondamentale che è la libertà d’impresa senza alcun condizionamento. In un momento di profonda crisi economica, infatti, fare squadra diventa essenziale. Così come diventa essenziale agire per ridurre quantomeno gli sprechi. È per questo che possiamo dire con piacere di avere contribuito, dopo decenni di proposte rimaste inascoltate, a far smantellare il sistema dei Consorzi delle aree di sviluppo industriale che soffocava gli imprenditori attraverso imbuti creati ad hoc e passaggi obbligati che altro non facevano se non alimentare mafia e tangenti. Senza contare lo sperpero di denaro pubblico. Basti pensare che i componenti dei consigli generali in alcuni casi superavano il numero delle stesse aziende associate”.

La disoccupazione, soprattutto dei giovani, è inarrestabile. All’orizzonte non s’intravede ripresa. Anzi, saracinesche e imprese continuano a chiudere. Quale contromossa sta attuando Confindustria?

“Quella che stiamo attraversando è la più lunga recessione della storia italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. E non lo dico io, lo dicono i numeri. Dal 2008 al 2012 in Sicilia si sono persi 11 punti di Pil e 86 mila posti di lavoro, di cui circa 80 mila tra i giovani under 34 e il rischio di povertà sull’Isola è quattro volte superiore al Centro Nord. Uno scenario già disastroso, costretto a fare i conti anche con un conflitto tra Stato e Regione che ha di fatto bloccato anche quei minimi interventi a sostegno del mondo produttivo. È per questo che, insieme alle 11 associazioni di categoria che compongono il Tavolo permanente regionale per la crescita e lo sviluppo, abbiamo chiesto l’intervento del governo nazionale, affinché questo genere di ‘battaglie’ non passi sopra il cadavere della nostra economia”.

Il rapporto banche-imprese appare sempre più inesistente. E nonostante i tanti proclami che da più parti continuano ad arrivare agli istituti di credito per sostenere gli imprenditori, questi ultimi si ritrovano sempre più soli. Se a ciò si aggiunge che la Regione e una serie di enti pubblici non pagano le fatture alle imprese, di quale ripresa possiamo parlare?

“Partiamo da un concetto di base: la banca dovrebbe tornare a fare la banca. Ossia, avere un rapporto diretto con l’imprenditore, valutarne i progetti e l’affidabilità storica sia dell’azienda che dell’imprenditore. Una valutazione soggettiva che oggi si è persa. Partendo da questo, una corsia preferenziale deve essere garantita a quelle imprese che si muovono dentro i binari della legalità. E questo è l’obiettivo, ad esempio, del rating legalità e della white list. Se a questo si aggiungono i tempi elefantiaci che le imprese devono attendere per essere pagate dagli enti pubblici, i tassi di interesse molto più alti in Sicilia rispetto ad altre aree del paese e i costi tripli per quelle aziende che si occupano di manifatturiero per i problemi infrastrutturali, è chiaro che la competizione con i colleghi di altre aree del paese è più difficile”.

Da anni la sburocratizzazione è sulla bocca di tutti. Sono state varate una serie di norme e chiacchiere e annunci non sono mancati. Sta di fatto che a oggi se un imprenditore deve avviare un’attività va ad infrangersi sul muro della burocrazia.

“La burocrazia asfissiante e gli imbuti creati ad arte per mettere le aziende in difficoltà sono oggi ancora più pericolosi della crisi economica che ha messo in ginocchio l’Isola. In Sicilia si è innescato un meccanismo perverso per cui tutti controllano tutto perché nulla si faccia. E questo immobilismo è un cancro mortale tanto quanto lo è la mafia”.

Nei giorni scorsi ha sottoscritto con il ministero dell’Interno l’atto aggiuntivo al Protocollo di legalità. Cos’è cambiato?

“L’iter burocratico si rivoluziona: le associazioni territoriali di Confindustria diventano, per conto delle aziende che fanno richiesta di certificazione, gli interlocutori diretti delle Prefetture. In attesa della banca dati unica, l’Atto aggiuntivo ci affida infatti il compito di trasmettere alle Prefetture competenti per territorio l’elenco delle imprese aderenti al Protocollo e quello dei fornitori nei cui confronti è necessario realizzare i controlli a fini antimafia. Un modello sperimentale espressione, ancora una volta, del senso di responsabilità e dell’impegno attivo di Confindustria a difesa della legalità. Il fatto che siano venuti meno, per legge, il certificato camerale antimafia e la possibilità per i privati di rivolgersi direttamente alla Prefettura per richiedere la documentazione antimafia rischiava infatti di bloccare l’attuazione della parte più qualificante e innovativa del Protocollo, ossia quella che prevede di sottoporre a controlli le imprese aderenti a questo percorso virtuoso inaugurato dal ministero e da Confindustria, nonché le loro controparti commerciali, anche nei contratti tra privati”.

Gli imprenditori da oltre Stretto non vogliono investire in Sicilia. O meglio, chi ci tenta spesso tira i remi in barca. I motivi, purtroppo li conosciamo: burocrazia, criminalità organizzata, mancanza di infrastrutture e di servizi, e via dicendo. E per Confindustria non è certo salute.

“La Sicilia dovrebbe innanzitutto capire su cosa puntare. È inutile sperperare quei pochi fondi che ci sono. Si faccia un serio piano industriale, si individuino i settori ‘forti’ e si sfruttino al meglio. Penso al turismo e ai beni culturali, all’agroalimentare e alle infrastrutture minime, ossia tutti quei cantieri che potrebbero partire da una settimana all’altra, bloccati dalla burocrazia regionale”.

C’è una nuova generazione di giovani imprenditori che in futuro può contribuire al rilancio dell’economia?

“La Sicilia è piena di bravi giovani con belle idee. La vera sfida è non farli scappare. Abbiamo bisogno di politiche che incentivino la ricerca e l’innovazione e impostare un modello d’impresa non assistenzialistica, ma basato su merito e talento. È necessario che una certa impostazione non resti solo teoria, ma si tramuti in mercato, regole, trasparenza, innovazione e coesione sociale”.

In quale settore scommettono maggiormente?

“Su quei settori in cui la Sicilia può essere leader. Mi riferisco soprattutto a quelle imprese ad alto livello tecnologico, che possono rappresentare il futuro di questa economia”.

Cosa chiedete al governo per tentare un cambio di marcia.

“Vanno fatte le riforme istituzionali e va realizzata la modernizzazione del paese. Ma soprattutto bisogna tornare a mettere l’impresa al centro di ogni strategia. La parte sana di quest’Isola si sta comunque mettendo in gioco. Ma la politica deve capire che è il momento di rompere i vecchi meccanismi”.

10) Un fuori programma: il governo Crocetta è stato ‘bollato’ come il “governo di Confindustria”…

“Chi lo dice non ha capito una cosa fondamentale: Confindustria deve tutelare le proprie imprese e non può che discuterne col governo di turno. E quindi bacchettarlo se fa male, elogiarlo se fa bene. E se fa il bene delle imprese, ricordiamocelo, fa il bene dei lavoratori, delle famiglie e delle casse regionali, perché le imprese pagano le tasse. Il resto, rientra tra le chiacchiere”.

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