Non solo Trump contro Merkel, anche gasdotto Nord Stream divide. Nodo Ucraina

Non solo Trump contro Merkel, anche gasdotto Nord Stream divide. Nodo Ucraina
Angela Merkel e Donald Trump
11 luglio 2018

Per l’Ucraina il gasdotto Nord Stream 2 “non è un progetto commerciale, ma politico”. Dello stesso tracciato la Russia dice che è necessario per sganciarsi dai “ricatti” di Kiev. Di certo le opinioni sui rapporti gasieri tra Mosca e Berlino fanno discutere da molto prima che Donald Trump sparasse la sua bordata sulla Germania “prigioniera” dei russi. Angela Merkel però tira diritto, malgrado le tensioni con la Russia di Vladimir Putin: ha sempre sostenuto che il raddoppio del Nord Stream nasce da ragioni economiche, glissando volentieri sul fatto che l’ex cancelliere Gerhard Schroeder sia a capo del board e accusando apertamente Washington di giocare sporco per promuovere le sue esportazioni di shale gas.

Il progetto Nord Stream d’altronde ha la politica, e la geopolitica, dentro il suo dna, visto che nasce proprio dall’idea di un collegamento diretto tra Russia e Germania attraverso i fondali baltici, ovvero evitando qualsiasi rotta di transito via Ucraina, ma anche via Polonia o Stati baltici. All’origine del progetto, nel 1997, l’implicazione del tracciato sottomarino era meno pesante: i primi accordi venivano fatti con la Russia di Boris Eltsin, i rapporti tra il Cremlino e l’Europa erano improntati al sereno, il muro contro muro sull’Ucraina era ancora lontano, le tensioni con la Polonia pure. Ma comunque a questi Paesi veniva prospettata una perdita di incassi per il transito del gas russo. La prima parte del progetto Nord Stream matura nell’arco di un decennio, con la guida, sì, tedesca, ma con una sorta di spirito europeo.

Nel 2005 Gazprom, BASF e E.ON firmano un primo accordo per la costruzione di una tubatura che attraversi l’Europa settentrionale e nasce la North European Gas Pipeline Company, che ad ottobre 2006 viene ridenominata Nord Stream AG. I lavori della prima conduttura terminano a metà 2011 e la cancelliera Angela Merkel, l’allora presidente russo Dmitry Medvedev e il premier francese François Fillon la inaugurano l’8 novembre 2011. Nell’enorme opera, dopo lunghe trattative, viene trovato posto anche per imprese di eccellenza italiane: Snamprogetti e Saipem. La società che opera il gasdotto, Nord Stream AG è controllata da Gazprom (51%), ma dentro ci sono Ruhrgas (15,5%), Wintershall (15,5%), N.V. Nederlandse Gasunie (9%) e Gaz de France-Suez (9%). Molto più controverso il progetto invece per il raddoppio del gasdotto, il Nord Stream 2, che entro la fine del 2019 dovrebbe raddoppiare la capacità di trasporto di gas naturale dalla Russia alla Germania e poi al resto dell`Europa.

Questo è stato portato avanti con determinazione da Merkel malgrado la crisi ucraina, malgrado le contestazioni di vari Paesi (compresa l’Italia) e la chiara opposizione degli Usa. La Germania liquida le critiche dicendo che sono alimentate da ragionamenti e timori economici, a partire dagli Stati Uniti che vogliono piazzare il loro gas all’Europa. Mentre l’America – già con Barack Obama, ora in modo durissimo con Donald Trump – sostiene il Nord Stream 2 vanifica i tentativi di contenere la Russia di Putin e di arrivare a una soluzione della questione ucraina. Per questo gli Usa minacciano sanzioni che, in base al principio dell’extraterritorialità, colpirebbero anche la Germania e chi partecipa al progetto. Nord Stream 2 insomma divide. Irrita molti in Europa, non piace a Bruxelles, è visto come fumo negli occhi dagli Usa. L’asse pro-gasdotto sotto il Baltico raccoglie oltre alle aziende tedesche anche la franccse Engie, l’austriaca Omv, ma pure l`anglo-olandese Shell: non sono soci, ma finanziano il progetto. askanews

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