Ossa e pelle stampati in 3D per gli astronauti del futuro

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9 luglio 2019

Pelle artificiale e parti di ossa bio-stampati in 3D per facilitare le prossime missioni degli astronauti in viaggio verso Marte o altri corpi celesti del sistema solare. È l’ambizioso e affascinante progetto di bioprintig 3D al quale sta lavorando l’Esa, l’Agenzia spaziale europea, in collaborazione con alcuni scienziati dell’Ospedale universitario della Dresda Technical University (TUD), insieme con OHB System e specialisti in Scienze della vita della lussemburghese “Blue Horizon”. Il progetto, in questa fase, prevede la ricostruzione di pelle umana o di ossa per poter far fronte a eventuali emergenze che dovessero intervenire nel corso dei lunghi viaggi interplanetari a milioni di Km dalla Terra.

Le cellule della pelle, spiegano gli scienziati, possono essere “bio-stampate” usando come bio-inchiostro del plasma umano, facilmente reperibile dagli astronauti di un’ipotetica missione interplanetaria. Tuttavia, si tratta di una sostanza molto fluida, difficile da lavorare in un ambiente a gravità alterata; quindi, per poterne aumentare la viscosità e dare al prodotto finale una consistenza simile alla pelle umana, bisognerà aggiungere metilcellullosa e alginato che gli astronauti potranno facilmente estrarre da piante e alghe. Per quanto riguarda la bio-stampa in 3D delle ossa, invece, si possono usare cellule staminali umane, con l’aggiunta di un cemento osseo di fosfato di calcio, come materiale di supporto strutturale che viene poi assorbito nella fase di crescita. Tommaso Ghidini, capo della divisione Strutture, Meccanismi e Materiali dell’Esa.

“Anche su un astronauta molto sano – ha spiegato – episodi come una bruciatura, un danneggiamento della pelle o una frattura delle ossa, soprattutto tenendo conto che il viaggio così prolungato in microgravità creerà un’importante osteoporosi, questi due danni, pelle e ossa, sono considerati la prima priorità da trattare per un viaggio di questo tipo. La stampa in 3D di pelle e ossa sulla Terra è decisamente avanzata, quindi troviamo una tecnologia matura che possiamo rapidamente utilizzare nello Spazio, su casi specifici che hanno una probabilità più alta rispetto a danni più importanti, come neopleasie o danni cardiologici che non potranno essere trattati in una missione di questo tipo”.

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Per dimostrare l’efficacia del bioprinting in 3D nello Spazio, tutti i test sono stati effettuati “a testa in giù”. L’obiettivo finale del progetto è arrivare a bio-stampare anche organi interni da rendere disponibili per eventuali trapianti. “Quello che ci aspettiamo di vedere – ha concluso Ghidini – è che, come in tutte le tecnologie utilizzate per lo Spazio, ci sarà un’accelerazione del loro sviluppo terrestre perché lo Spazio ci impone di fare tutto in minore spazio, di fare tutto molto più piccolo; quindi miniaturizzazione, ottimizzazione e trasportabilità e quello che ci aspettiamo, com’è successo per il microprocessore delle missioni Apollo, è di ritrovarci questa tecnologia sulla Terra molto più rapidamente”.

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