Partiti ipocriti e poco credibili. Ma dove sono finiti i presidenzialisti?

Partiti ipocriti e poco credibili. Ma dove sono finiti i presidenzialisti?
Il segretario del Pd, Matteo Renzi
29 novembre 2017

Alla fine di questa campagna elettorale ci sarà anche chi si affiderà allo slogan del politico inventato dal comico Albanese: “Vi prometto le promesse!”. E’ inevitabile. La nuova legge elettorale, il Rosatellum, che ci fa tornare alla Prima Repubblica e disconosce le ultime riforme (pasticciate) in senso (quasi) presidenzialista, non permetterà a nessuna coalizione di vincere e andare al governo. Sarà necessario un accordo politico dopo le elezioni (il più accreditato è quello tra Renzi e Berlusconi). Nel frattempo vale tutto: i partiti possono promettere agli elettori qualsiasi cosa. Possono anche fingere, come stanno facendo, di non aver mai governato, come il Cavaliere e il segretario del Pd. Il primo rilancia l’aumento delle pensioni, l’abbassamento delle tasse, la riforma della giustizia (tutte cose che in quasi dieci anni di Palazzo Chigi e 25 in politica avrebbe pure potuto realizzare, no?). Il secondo, che è stato premier per mille giorni, torna alla carica con la politica dei bonus (e del debito): i famosi 80 euro. Ma c’è anche chi, come Matteo Salvini, annuncia di poter tagliare le tasse al 15 per cento per tutti (ricchi o poveri). Chiaramente pure il M5S punta a convincere gli italiani che il suo programma (reddito di cittadinanza, meno tasse e più lavoro) può essere realizzato. E tanti non ci credono.

Eppure la cosa che mi colpisce di più è come dopo decenni in cui i partiti (soprattutto Forza Italia e Pd) hanno cercato di convincerci della necessità di essere trasparenti nei confronti degli elettori, dichiarando prima del voto chi sarà, nel caso, il presidente del Consiglio, anche se le norme elettorali non l’hanno mai previsto, adesso fanno marcia indietro, tant’è che le ipotesi si sprecano. L’ultimo nome l’ha lanciato Berlusconi: l’ex generale dei Carabinieri Gallitelli, che si affianca a una decina di “concorrenti”, da Tajani a Draghi, da Salvini alla Meloni, a lui stesso (non si sa mai, la Corte di Strasburgo potrebbe anche restituirgli l’agibilità in tempo). Nel Pd (per ora alleato con partitini zerovirgola – Socialisti, Idv e altri – ma destinato a chiudere un’intesa da brivido con Ap di Alfano) non va diversamente: Renzi, Gentiloni, Minniti, Pisapia (qualcuno, con sprezzo del pericolo, propone addirittura Calenda). Erano tutti presidenzialisti, ora si appellano alla legge elettorale e si preparano alla grande trattativa del dopovoto. Cioè alla grande ammucchiata. Almeno i 5 Stelle hanno fatto una scelta chiara: il candidato premier è Luigi Di Maio (che ha promesso di presentare alcuni potenziali ministri prima del voto). Può piacere o no, ovviamente, ma nessuno può accusarli di ipocrisia o di aver già governato e fallito. Agli altri bisognerebbe almeno chiedere: “Scusate, ma nel caso vinceste le elezioni chi sarà il vostro premier?”.

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