Referendum senza quorum, altra mina vagante nel governo gialloverde

Referendum senza quorum, altra mina vagante nel governo gialloverde
8 gennaio 2019

In questi giorni si sta riaccendendo il dibattito intorno alla Costituzione, principalmente a causa del sistema di riforme che il ministro dei Rapporti col Parlamento (e della Democrazia diretta) Riccardo Fraccaro si appresta a sottoporre al giudizio di Camera e Senato. L’iter, com’è noto, in questi casi può rivelarsi piuttosto lungo e dall’esito incerto, anche in virtù dei distinguo sul tema dell’alleato di governo leghista. Ma vale la pena cominciare a interessarsi del progetto elaborato dal MoVimento 5 Stelle, a partire dalla riforma dell’istituto del referendum, con l’introduzione della consultazione “propositiva”.

Si tratta della possibilità per un numero di cittadini non inferiore ai 500mila di elaborare una proposta di legge da sottoporre al Parlamento che poi ha 18 mesi per approvarla oppure respingerla, dando luogo per appunto al referendum. Il Parlamento può anche modificare il progetto originale ma, a quel punto, spetterà ancora una volta al popolo scegliere tra la proposta dei promotori e quella dei parlamentari. In questa consultazione non è previsto alcun quorum. Se votano 9 persone e cinque si esprimono a favore, la proposta diventa legge, a discapito degli altri 60 milioni di italiani che teoricamente sono rimasti a casa.

È proprio sul quorum che si è concentrato il primo scontro nella maggioranzaMatteo Salvini ha detto che “va bene adottare la Svizzera come modello, ma un minimo di quorum ci vuole, perché altrimenti si alzano in dieci e decidono per tutti. Il quorum si può un po’ abbassare, questo sì, ma solo un po’”. Gli ha replicato Fraccaro, sottolineando come “nella Svizzera indicata come modello il quorum non c’è”.

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Ma come funziona davvero a Ginevra e dintorni? Il referendum propositivo esiste e, proprio come sostiene Fraccaro, non prevede un quorum per essere “convalidato”. Per essere richiesto necessità le firme di cinquantamila cittadini. Una previsione in fondo coerente con quella di Fraccaro, che ipotizza un numero minimo di 500mila. La Svizzera ha infatti circa 8 milioni e mezzo di abitanti, l’Italia 60 milioni e mezzo. In proporzione, per chiedere un referendum propositivo in Svizzera deve muoversi almeno lo 0,62% della popolazione, in Italia – se passasse la nuova riforma – lo 0,83%.

C’è davvero il rischio che ipotetiche “minoranze organizzate” (magari sobillate dalle famigerate “lobby”) possano tenere in scacco il Parlamento e il Paese intero? Secondo quanto scritto da Fraccaro sul Blog delle Stelle, “l’assenza del quorum favorirà la partecipazione al voto”. Questo, si presume, perché se all’astensione verrà tolta la possibilità di influenzare l’esito del referendum, saranno tutti spronati ad andare a votare, per il sì o per il no.

È un’ipotesi plausibile. Peraltro va detto che in Svizzera, negli ultimi anni, nonostante l’assenza del quorum difficilmente le consultazioni sono scese al di sotto del 40% dei partecipanti. Quelle più sentite (come quando nel 2014 il popolo venne chiamato a scegliere se porre un freno ai permessi di lavoro per gli stranieri) hanno anche superato il 50%. Ma è difficile stabilire se il referendum senza quorum funzioni in Svizzera per l’alto senso civico della popolazione o se sia stata proprio la mancanza del quorum a determinare la massiccia partecipazione alle consultazioni. Un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Il dibattito è aperto. Il costituzionalista Gaetano Azzariti, intervistato da Il Fatto, ha criticato la proposta di Fraccaro e ha chiesto che un minimo quorum (neanche troppo basso) sia lasciato in vita: “Capisco che si voglia evitare, come avviene per i referendum abrogativi, che vinca sempre l’astensione. Ma qui non si tratta di abrogare una legge – dove, male che vada, rimane tutto com’è – ma di proporne una. È la somma dimostrazione di sovranità, e non possiamo metterla nelle mani di esigue minoranze”.

Azzariti pone poi l’accento su un altro aspetto critico: il rischio che il Parlamento, già purtroppo costretto al ruolo di semplice passacarte del governo, passi il residuo del suo tempo a esaminare le proposte popolari. Di fatto l’attività delle Camere sarebbe paralizzata. Ma si tratta di un impedimento facilmente aggirabile. Lo stesso Fraccaro ha specificato che nella legge di attuazione sarà previsto un numero massimo di proposte che potranno essere presentate. Chiaramente, dall’entità di questo numero dipenderà il giudizio su questo aspetto. Anche se il fatto che si scateni una gara a chi presenta prima il suo disegno di legge tra i vari promotori per trovare ancora posti liberi, non è proprio una garanzia della qualità delle leggi stesse.

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Ma l’aspetto più spinoso della proposta del MoVimento 5 Stelle è a mio avviso un altro. Ovvero il fatto che i cittadini potranno proporre leggi praticamente su tutto, compresi i temi economici. Fraccaro difende l’impalcatura della sua riforma spiegando che ogni disegno di legge proposto con referendum che dovesse prevedere nuove spese, dovrà al tempo stesso indicare le relative coperture, e che queste dovranno essere vagliate dalla Corte Costituzionale. Tralasciamo che forse a questo compito sarebbero più adatte Corte dei Conti o Ragioneria dello Stato e che la Corte Costituzionale, se chiamata a esprimersi persino sui progetti di legge dei cittadini, sarebbe inevitabilmente distratta dai suoi compiti originari.

E’ il principio stesso che il popolo possa intervenire direttamente in una materia così complessa come la politica economica a destare più di una perplessità. I provvedimenti sulla finanza pubblica sono costituiti da un insieme di pesi e contrappesi che difficilmente possono essere previsti o attuati da chi non ha una conoscenza adeguata della macroeconomia e della macchina burocratica. Per dirne una: se il governo stabilisce di applicare la Flat tax alle partite Iva, deve al tempo stesso vietare che chi si mette in proprio lavori per la stessa azienda di cui era dipendente in precedenza, per evitare pratiche illegali. Non basta, insomma, semplicemente mettere sulla bilancia ciò che entra e ciò che esce. Ogni decisione economica provoca vari effetti a cascata e, peraltro, come abbiamo visto va anche discussa con l’Europa. Non si può improvvisare.

È questo, secondo me, il vero punto debole della riforma del referendum. Se questa possibilità venisse esclusa, il progetto di Fraccaro potrebbe essere discusso senza preconcetti e senza provocare la guerra civile successiva alle riforme renziane. Sarei curioso, al proposito, di conoscere le opinioni dei lettori sul tema. Vi piace o meno il referendum propositivo del MoVimento 5 Stelle? Esprimetevi pure nei commenti.

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