Rischio trombosi in ospedale, terapia preventiva poco utile

Rischio trombosi in ospedale, terapia preventiva poco utile
16 febbraio 2019

Fermi in un letto d’ospedale, per giorni e giorni. E il rischio che si formino coaguli di sangue nelle vene, di solito delle gambe, sale: la trombosi venosa profonda è molto temuta durante i ricoveri, perché i coaguli poi possono staccarsi e andare fin nei polmoni, provocando una grave embolia. Secondo i dati disponibili a oggi, nei pazienti ricoverati il pericolo di sviluppare eventi trombo-embolici aumenterebbe di ben otto volte e così per ridurre il rischio da venti anni si prescrivono ai degenti terapie anticoagulanti. Ora per la prima volta uno studio italiano dimostra che è una precauzione inutile che rischia di esporre al pericolo di effetti collaterali, come le emorragie, a fronte di un rischio di trombosi venosa profonda pari ad appena lo 0.25% durante il ricovero (nello studio in media di 10 giorni), per una malattia acuta come ad es la polmonite.

Lo dimostrano i dati raccolti per lo studio Aurelio (rAte of venoUs thRombosis in acutEly iLl patIents hOspitalized in internal medicine wards), coordinato da Francesco Violi, Ordinario di Medicina Interna all’Università `Sapienza’ di Roma e Presidente del Collegio dei Docenti Universitari di Medicina Interna (COLMED) e Lorenzo Loffredo, Associato di Medicina Interna alla `Sapienza’, secondo cui al momento dell’arrivo in ospedale il 2% dei pazienti ha già una trombosi venosa profonda, non sintomatica ma diagnosticabile e solo per questi soggetti la terapia anticoagulante è molto importante, perché può realmente impedire un peggioramento o un evento grave come l’embolia polmonare. E’ perciò opportuno focalizzare gli sforzi di diagnosi al momento dell’ammissione in ospedale, eseguendo un’ecocolordoppler degli arti inferiori, anziché prescrivere terapie anticoagulanti a tappeto a tutti i pazienti, che gravano pesantemente sulla spesa sanitaria, rappresentando il 4,5% dei costi totali di ospedalizzazione, con un costo medio di 373 euro per paziente.

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Lo studio ha coinvolto 1170 pazienti ricoverati per patologie acute in otto reparti di ospedali italiani universitari, ovvero il Dipartimento di Medicina Interna e Scienze Mediche e la Divisione di Gerontologia dell’università `Sapienza’ di Roma, l’ospedale Maggiore di Bologna, l’ospedale Luigi Sacco di Milano, l’ospedale Humanitas di Rozzano (MI) il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’università di Sassari, il Dipartimento Clinico e Sperimentale dell’università di Firenze, il Dipartimento di Medicina Interna 2 dell’università di Modena e il Dipartimento di Clinica Medica e Chirurgia dell’università Federico II di Napoli. I pazienti sono stati sottoposti a ecografie delle gambe per la diagnosi di trombosi venosa profonda al momento del ricovero e alla dimissione dall’ospedale.

“I risultati dello studio Aurelio mostrano che i pazienti ricoverati per patologie acute quasi mai sviluppano trombosi venosa profonda: appena tre pazienti su 1.170, di cui 2 già in terapia con anticoagulanti al momento dell’ingresso in reparto.- spiega Francesco Violi – Il 2% dei pazienti, tuttavia, ha una trombosi venosa profonda al momento dell’ingresso in ospedale, anche se asintomatica, che perciò deve essere individuata. Si tratta di soggetti in genere più anziani che spesso hanno anche altre patologie specifiche, come diabete e insufficienza cardiaca o respiratoria. Solo in questi pazienti è necessario prevedere una terapia anticoagulante per via parenterale durante il ricovero, così da scongiurare un peggioramento della trombosi venosa profonda e l’eventualità di un’embolia polmonare”.

“Questo dimostra che il tasso di sviluppo della trombosi venosa profonda durante la degenza è pressoché nullo e che la terapia profilattica a tappeto non è necessaria – osserva ancora Violi – I pazienti in terapia con anticoagulanti al momento del ricovero, pari al 21% del totale, avevano una condizione clinica mediamente più grave ed è possibile che i casi di trombosi venosa profonda avrebbero potuto essere ancora di più in questo sottogruppo di malati a rischio. Tutto ciò conferma l’importanza di una valutazione dell’eventuale presenza di trombosi venosa profonda al momento del ricovero attraverso ecocolordoppler per sottoporre a un’adeguata terapia solo chi può trarne i maggiori benefici. D’altro canto la cura, che è comunque gravata da effetti collaterali come un incremento del rischio di emorragie, non trova giustificazione in chi non ha già segni di trombosi”.

 

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