Sempre guerra in Siria: almeno 77 civili uccisi dai bombardamenti, tra cui 20 bambini

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19 febbraio 2018

Almeno 77 civili, tra i quali 20 bambini, sono stati uccisi nei massicci bombardamenti del regime siriano sulla Ghouta orientale, l’enclave ribelle nei pressi di Damasco. Circa 300 persone sono state inoltre ferite nei bombardamenti dell’artiglieria e dell’aviazione, all’indomani del rafforzamento delle posizioni del regime intorno all’enclave sotto assedio che lascia presagire un’offensiva di terra. I raid aerei e i bombardamenti di artiglieria proseguono su varie città di questa regione sotto assedio dal 2013 da parte del regime di Bashar al Assad. Il bilancio non smette di aggravarsi, con gli ospedali che faticano a far fronte all’afflusso di feriti. La coalizione nazionale siriana con sede in Turchia, la principale formazione dell’opposizione in esilio, ha denunciato in un comunicato una “guerra di sterminio” portata avanti nella Ghouta orientale, oltre che “il silenzio internazionale” di fronte ai “crimini” del regime di Assad nella guerra che da quasi sette anni funesta la Siria. “Il regime bombarda massicciamente la Ghouta orientale in vista di un’offensiva terrestre” e dopo aver ammassato rinforzi intorno alla zona, ha indicato il direttore dell’Osdh, Rami Abdel Rahmane. Domenica il regime ha lanciato centinaia di razzi sulla regione uccidendo diciassette civili. E oggi, lunedì, i raid aerei hanno seminato morte e desolazione in varie località. Dunque, a un mese dal suo inizio, la battaglia per Afrin rischia di trasformarsi in un conflitto tra Siria e Turchia, e di aumentare la tensione tra Turchia e Russia. Nelle prossime ore, le forze fedeli al presidente Bashar al-Assad raggiungeranno il cantone nordoccidentale siriano per aiutare le forze curde contro l’offensiva lanciata dalla Turchia nella regione. “Le forze popolari – ha annunciato l’agenzia siriana Sana – arriveranno ad Afrin nelle prossime ore per sostenere la popolazione locale nell’affrontare l’aggressione lanciata dal regime turco sulla zona e la sua gente dal 20 gennaio”.

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Il nuovo sviluppo e’ la conseguenza di un accordo tra i combattenti curdi e il governo siriano per fermare l’offensiva turca nella regione, in base al quale le truppe del presidente Bashar al Assad torneranno a posizionarsi lungo il confine con la Turchia, da dove si erano ritirate nel 2012. Il 20 gennaio scorso l’esercito turco, sostenuto da fazioni ribelli islamiche dell’opposizione siriana, lancio’ l’operazione “Ramoscello d’ulivo” contro le milizie Ypg (Unita’ di Difesa del Popolo considerati da Ankara “terroristi”), che con il sostegno degli Usa hanno contribuito in modo fondamentale alla sconfitta dell’Isis in Siria. Bouthaina Shaaban, consigliere politico di Assad, ha detto che il governo di Damasco continuera’ a combattere “aggressori” e “invasori”, quali che siano, Israele, Stati Uniti o Turchia. Durante il suo intervento, tenuto alla Conferenza del Valdai International Discussion Club a Mosca, in Russia, Shaaban ha aggiunto che “l’entita’ israeliana e diversi paesi vogliono occupare le terre della Siria, mentre cio’ che la Russia sta facendo in Siria e’ diverso dagli stati europei che stanno cercando di imporre la loro egemonia su di noi”. Shaaban ha poi puntato il dito contro l’invasione turca ad Afrin, denunciando la violazione degli accordi sulle zone di de-escalation, voluti da Turchia, Russia e Iran, anche se la zona nordoccidentale della Siria non e’ mai stata inserita in tale intesa. La reazione della Turchia non si e’ fatta attendere.

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“Se le truppe del regime siriano entrano ad Afrin ci saranno delle conseguenze”, ha affermato Recep Tayyip Erdogan nel colloquio telefonico con Vladimir Putin. Il presidente turco non ha alcuna intenzione di rivedere l’offensiva contro le milizie curde, e Ankara, ha ribadito al capo del Cremlino, “e’ decisa a proseguire come pianificato”. “Se davvero il regime siriano vuole entrare ad Afrin per proteggere il Pyd-Ypg nessuno fermera’ i nostri militari”, ha tuonato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, nel corso di una conferenza stampa. “Eliminare i terroristi – ha sottolineato – e’ ora l’obiettivo di Ramoscello d’Ulivo cosi’ come e’ stato per Scudo dell’Eufrate (operazione anti Isis del 2016 ndr). Ribadisco che la Turchia vuole l’Unita’ territoriale della Siria. Bisogna capire per quale motivo Assad entrerebbe ad Afrin, se vuole combattere i terroristi nessun problema, ma se vuole difenderli allora nessuno fermera’ i soldati turchi”. Mosca, dal canto suo, sembra voler dare ragione ad Assad, che difficilmente si muove senza una via libera preventivo della Russia, e teme una presenza turca nel paese mediorientale: “Abbiamo ripetutamente affermato – ha dichiarato il ministero degli Esteri, Serghei Lavrov – che sosteniamo pienamente le legittime aspirazioni del popolo curdo”.

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“Riteniamo sbagliato – ha aggiunto riferendosi alla situazione ad Afrin – che qualcuno approfitti delle aspirazioni del popolo curdo per i suoi giochi geopolitici che non hanno nulla a che fare con gli interessi dei curdi e della sicurezza regionale”. Il regime di Assad sembra pronto a riconquistare il territorio perduto in questi anni. Se da un lato vuole non cedere Afrin, dall’altro tenta di riprendersi Goutha, preparando, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, una “offensiva di terra”. Oggi almeno 44 civili sono rimasti nei bombardamenti effettuati sull’enclave ribelle. Ieri, centinaia di razzi e colpi di artiglieria sparati contro l’enclave ribelle avevano provocato la morte di almeno 17 civili. In precedenza, i cosiddetti Caschi bianchi, gli uomini e le donne della Siryan Civil Defence, un’organizzazione fondata nel 2013 per aiutare le vittime del conflitto siriano, con un post sul loro profilo ufficiale Twitter, avevano annunciato la morte di almeno 20 civili a seguito di alcuni attacchi sulla citta’ di Hamorya, dove le forze del governo di Damasco hanno preso di mira alcune zone residenziali. Al momento, almeno quasi 400mila civili sono assediati in Ghouta orientale dalle forze fedeli al governo di Damasco. L’area e’ una delle quattro “zone di de-escalation” individuate a maggio dalla Russia e dall’Iran, alleati del regime siriano, e anche dalla Turchia, che oggi con l’offensiva di Afrin metterebbe a rischio quella gia’ fragile intesa.

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