Il senatore Sanders si ricandida: “Completiamo la rivoluzione”

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19 febbraio 2019

Bernie Sanders ci riprova. Quattro anni fa, era solo un senatore indipendente ‘socialista’ del Vermont che si candidava alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti; questa volta, sarà tra i favoriti per la nomination, in una competizione già affollata anche nello spazio ‘a sinistra’ da lui interamente occupato alle primarie del 2016, quando fu l’unico rivale di Hillary Clinton. “Insieme, abbiamo dato inizio a una rivoluzione politica. Ora, è il momento di completare quella rivoluzione e mettere in pratica la visione per cui abbiamo combattuto”. Questo il messaggio inviato per e-mail e contenuto nel video con cui il senatore ha annunciato ufficialmente la sua candidatura alle primarie democratiche per le presidenziali statunitensi del 2020.

“La nostra campagna non è solo per sconfiggere Donald Trump, il più pericoloso presidente nella storia americana moderna” ha detto Sanders, nel video. “La nostra campagna è per trasformare il nostro Paese e creare un governo basato sui principi di giustizia economica, sociale, razziale e ambientale”. “La nostra campagna vuole sfidare gli interessi speciali che dominano la nostra vita economica e politica. Sto parlando di Wall Street, delle compagnie per le assicurazioni sanitarie, delle società farmaceutiche, dell’industria dei combustibili fossili, dell’industria militare, di quella delle prigioni private e delle grandi multinazionali che esercitano un’enorme influenza sulle nostre vite” ha aggiunto Sanders. In un’intervista alla Cbs, Sanders ha detto: “Vinceremo […] È assolutamente imperativo che Donald Trump sia sconfitto”.

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Il senatore, 77 anni, aveva anticipato la notizia alla Vermont Public Radio (“Volevo che le persone del Vermont lo sapessero prima di tutti gli altri”). La sua intenzione è sfidare il presidente Donald Trump, “imbarazzante per il nostro Paese. È un bugiardo patologico, un razzista, sessista, omofobo, xenofobo, uno che guadagna facili punti politici attaccando le minoranze, spesso i migranti senza documenti”. Il compito di Sanders non sarà facile, ma potrà ripartire da una base solida di donatori e dagli oltre 13 milioni di voti ottenuti nel 2016, quando conquistò 22 Stati e il voto all’estero durante le primarie. Archiviate le presidenziali, Sanders si è affermato come leader del partito democratico, pur continuando a restare indipendente.

Ha avuto il merito di portare al centro del dibattito politico argomenti da sempre relegati ai margini, come la copertura sanitaria universale e l’aumento del salario minimo a 15 dollari all’ora (quello federale, al momento, è di 7,25 dollari). Ora, però, anche altri candidati alle primarie sostengono le battaglie di Sanders e questo potrebbe essere un punto a suo sfavore. Senatori più giovani, più ‘televisivi’ e meno radicali (nessun altro si dichiara ‘socialista’) potrebbero fargli perdere milioni di voti: Cory Booker, Kamala Harris, Kirsten Gillibrand, Elizabeth Warren e Amy Klobuchar, per esempio. Il posizionamento di ogni singolo candidato dipenderà anche dalle scelte di altri potenziali candidati: si aspettano, in particolare, le decisioni dell’ex vicepresidente Joe Biden, dell’ex deputato Beto O’Rourke e dell’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg. A quel punto, la corsa democratica verso le presidenziali potrà avere inizio.

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