Short Stories: la poesia della danza di Carolyn Carlson

Burning ©-Florent-Drillon-Adami
24 settembre 2018

Tempo sino a domani pomeriggio, per i palermitani e non, per gustare dell’estro coreografico di Carolyn Carlson, in Short Stories. La coreografa statunitense, la regina della danza contemporanea, dopo un intenso lavoro di un mese con il corpo di ballo del Teatro Massimo, presenta cinque delle oltre cento coreografie di sua produzione e che rappresentano l’epitome della sua arte coreica. In esse infatti si ritrovano le caratteristiche della idea di danza che Carolyn Carlson ha seguito e sviluppato nella sua carriera di danzatrice e coreografa, come rappresentano gli stili da cui ha tratto ispirazione reinventando e creando in modo originale, il suo stile particolare.

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Le cinque coreografie presentate a Massimo attraversano infatti vari momenti ed anni della produttività di questa artista che ha sempre visto la danza come espressione di un’idea, un’idea che vede il corpo come elemento fluttuante nell’aria e parte di una sorta di dimensione astratta in cui ogni fibra di esso vibra di vita propria inserendosi e innestandosi in tutto ciò che lo circonda, sia esso aria o materia. Carolyn Carlson prende quindi cinque sue coreografie e le ricrea appositamente per il Corpo di ballo del Teatro Massimo, ponendo a fianco dei giovani ballerini della Fondazione i suoi danzatori icona Céline Maufroid, Sara Orselli e Won Won Myeong.

Prima rappresentazione della serata Wind Woman. Céline Maufroid incarna perfettamente la stessa Carlson, quasi ne fosse la sosia. La coreografia, su musica originale di Nicolas de Zorzi, è una riflessione sul vento, soffio vitale della Terra, ma anche di ogni essere umano, e rappresenta perfettamente lo stile originale di Carolyn Carlson nella plasticità dei movimenti, il corpo che appunto si muove nello spazio come parte di esso, fluttuando, con arti e capelli che sembrano un prolungamento ideale gli uni degli altri e viceversa.

Il corpo di ballo femminile entra in scena quasi come replica e come replicante della solista, in una ripetitività che simboleggia la continuità e quasi il passaggio di testimone, oltre che il fluire del vento e del tempo come della vita stessa. La seconda coreografia, Evidence, che ha visto protagonisti alcuni elementi del corpo di ballo del Massimo, vedeva la proiezione del cortometraggio di Godfrey Reggio, realizzato nel 1995, cheil video studia il rapporto tra i bambini e la televisione.

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Su musica di Philip Glass, i danzatori di spalle, seduti su delle sedie, incarnano i bambini che nel video imbambolati, con espressioni, tra il curioso, il perplesso e lo stupefatto, guardano la televisione. I gesti sono quindi scarni, ieratici a volte contratti, ma appena accennati, quasi a riproporre gestualmente le espressioni che scorrevano nel video. Concludeva la prima parte Mandala, del 2010 e creato per Sara Orselli, a testimonianza del rapporto quasi simbiotico che lega Carlson ai suoi danzatori. In buca questa volta, ad eseguire la musica di Michael Gordon l’Orchestra del Teatro Massimo diretta da Tommaso Ussardi. Mandala, come lo stesso titolo accenna, propone una riflessione sul circolo del buddismo zen che simbolizza l’universo e la perfezione artistica, raggiungibile solo da uno spirito totalmente libero.

Un asco di luce di dimensione variabile e che riproduce i segni e gli schemi geometrici su palco investe la danzatrice che si trova al suo in terno, al centro, e che si muove come quasi parte di esso. Ancora una volta la ripetitività del gesto come anche della musica, quasi ipnotizzante, creano una sorta di altro mondo, un luogo dove impera la perfezione del cerchio cui tutto si assoggetta. La seconda parte si è aperta con un altro solo, maschile, Burning. Creato dalla Carlson nel 2015 su musica della compositrice Meredith Monk per Won Won Myeong, il danzatore coreano che lo esegue anche ora in prima rappresentazione italiana. Una coreografia che rimanda alla danza orientale, al teatro giapponese, con un gioco di luci ed ombre che tessono il viaggio contemplativo del danzatore/uomo, alla scoperta di un epicentro esistenziale, dove il fuoco, interiore e reale, è fonte di rinnovamento e di trasformazione.

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Chiudeva la serata la coreografia If to leave is to remember ancora una volta affidato al Corpo di ballo del Teatro Massimo, con la musica di Philip Glass, la versione per orchestra d’archi del Quartetto n. 3 Mishima, eseguita dall’Orchestra del Teatro Massimo diretta ancora da Tommaso Ussardi. Libertà ed energia della vita, temi ricorrenti della poetica coreutica di Carolyn Carlson, visti ancora una volta nella libertà del movimento, dell’invenzione, del continuo fluire evolutivo dell’uomo come della danza. I giovani danzatori del Teatro Massimo hanno bene appreso la lezione di questo mese di intenso workout con una tecnica che è ben lontana dall’esperienza fatta sinora sul palco palermitano. Pur non riuscendo a raggiungere l’elasticità e la fluidità dei movimenti dei ballerini icona della Carlson la compagine del Massimo dimostra potenzialità espressive che meritano di essere coltivate perché diano i frutti meritati.

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