Vent’anni di minacce, menzogne e falsi pentiti. Condannati all’ergastolo boss Tutino e Madonia

Vent’anni di minacce, menzogne e falsi pentiti. Condannati all’ergastolo boss Tutino e Madonia
21 aprile 2017

La condanna all’ergastolo per i boss mafiosi Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, e a 10 anni per i “falsi” pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, chiude uno dei capitoli più difficili del percorso di ricerca della verità su quanto accadde il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, quando un’auto bomba uccise il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La Corte presieduta dal giudice Antonio Balsamo, che ha deciso il “non doversi procedere” per sopraggiunta prescrizione nei confronti dell’altro falso pentito Vincenzo Scarantino, era chiamata infatti ad esprimersi su quel castello di accuse costruito sulle menzogne di falsi pentiti e ritenuto attendibile per vent’anni.

Una mistificazione della realtà storica dei fatti che portò a condanne definitive all’ergastolo nei confronti di innocenti che solo due decenni dopo hanno avuto la possibilità di rivedere la riapertura del processo grazie alle confessioni di altri due pentiti, stavolta “reali”, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina che hanno smontato punto per punto le versioni dei vecchi collaboratori di giustizia. Un processo segnato da aspri conflitti e visioni contrapposte, nate intorno alle ragioni che spinsero i “falsi” pentiti ad inventarsi di sana pianta le loro dichiarazioni. Per Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, sarebbero state le botte e le minacce ricevute a indurlo a raccontare quelle bugie. Una linea che non trova d’accordo la Procura, secondo cui il pentito sarebbe stato in qualche modo imbeccato dagli investigatori e avrebbe inventato “di volta in volta bugie e falsità, accogliendo i suggerimenti” da parte di questi al fine di poter alleggerire la sua posizione.

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