Venticinque anni fa moriva a Roma Massimo Troisi

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4 giugno 2019

Con la morte Massimo Troisi ci giocava spesso, sapeva che per lui, malato di cuore, era ineluttabile; prima o poi sarebbe arrivata. Ma da immenso capocomico qual era, trovava il modo di scherzarci su, forse per esorcizzarla, per non pensarci, per renderla un normale capitolo del suo straordinario cammino di uomo e artista. Ucciso dal maniaco Funiculì Funiculà in “No grazie, il caffé mi rende nervoso”, ricordato dagli amici in “Morto Troisi, viva Troisi” o morto nella profetica scena finale del “Postino” in cui il protagonista, Mario, viene ucciso dalla polizia durante una manifestazione politica.

Poi Massimo Troisi è morto davvero. Solo pochi giorni aver terminato le riprese, colto nel sonno da un attacco di cuore a casa della sorella. Era il 4 giugno del 1994, 25 anni fa, aveva solo 41 anni. Con lui se n’è andato un simbolo della comicità partenopea e un autentico caposaldo del cinema italiano, un talento unico riconosciuto in tutto il mondo, capace di raccontare con apparente normalità e leggerezza, con uno stile fresco e dissacrante i mille problemi e le contraddizioni di una città difficile come la Napoli degli anni ’80, stretta tra malavita e disoccupazione.

Se il teatro e l’avanspettacolo sono stati la sua palestra, a partire dagli sketch del gruppo La Smorfia con Lello Arena e Enzo Decaro, spesso tratti da episodi di vita quotidiana nella sua San Giorgio a Cremano, è nei suoi film che prende vita il personaggio Troisi, antieroe timido e impacciato ma anche sognatore e sincero. Tra i suoi film da regista, “Ricomincio da tre”, “Scusate il ritardo”, “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”, il premio Oscar per la migliore colonna sonora “Il Postino” e lo straordinario “Non ci resta che piangere”, con Roberto Benigni.

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