Prima votazione del Conclave: Bergoglio già 26, Scola si ferma a 30

Prima votazione del Conclave: Bergoglio già 26, Scola si ferma a 30
Papa Bergoglio
22 marzo 2019

Alla prima votazione del Conclave che nel 2013 si concluse con l’elezione di Papa Francesco, Angelo Scola, che diversi quotidiani italiani davano per il grande favorito, si fermò a 30 preferenze, mentre Jorge Mario Bergoglio, sconosciuto ai più, prese ben 26 voti. Lo rivela il giornalista Gerald O’Connell, corrispondente a Roma del giornale statunitense dei gesuitia America, nel nuovo libro “The Election of Pope Francis: An Inside Account of the Conclave That Changed History (Orbis Books, 2019). Secondo O’Connel alla prima votazione l’allora arcivescovo di Milano prese 30 voti, l’allora arcivescovo di Buenos Aires 26 voti, (27 se si considera una scheda con il suo nome scritto non correttamente, “Broglio”), seguiti dal cardinale Marc Ouellet, canadese, tuttora prefetto della congregazione dei vescovi, con 22 voti, il cardinale statunitense Sean O’Malley con 10 voti e il cardinale brasiliano Odilo Scherer con quattro voti.

Seguirono una serie di voti sparpagliati: cinque cardianli presero due voti (Christoph Schoenborn, Peter Turkson, George Pell, Laurent Monswengo Pasinya and Timothy Dolan), e altri tredici cardinali presero un voto: Audrys Backis, Oscar Rodriguez Maradiaga, Ennio Antonelli, Carlo Caffarra, André Vingt-Trois, Gracias, Thomas Collins, Luis Antonio Tagle, Leonardo Sandri, Robert Sarah, Mauro Piacenza, Gianfranco Ravasi). Poiché nessun candidato aveva preso i due terzi dei voti, le schede, come vuole la tradizione, vennero bruciate, producendo la prima fumata nera, alle 19.41 del 12 marzo. Secondo O’Connell, il primo scrutinio rivelò che Scola era molto meno forte dell’atteso (diversi giornali parlavano, alla vigilia del Conclave, di 40 o cinquanta voti per lui) e che, sulla sua figura, i cardinali italiani erano divisi. Il voto rivelò anche che Scherer non era in corsa. “Rimanevano in corsa Bergoglio, Ouellet e O’Malley”, scrive il giornalista. Ma secondo O’Connel, “sebbene prima del conclave molti cardinali affermassero pubblicamente che la nazionalità non era un problema, la verità è che pochi volevano un Papa dalla supepotenza mondiale” degli Stati Uniti, da cui veniva O’Malley.

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Quanto a Ouellet, nel corso di quella serata accanto agli apprezzamenti emersero forti riserve: “Diversi cardinali dissero che lo trovavano ordinario e poco ispirante e ritenevano che visti i suoi precedenti nella Curia romana c’era motivo di preoccuparsi della sua capacità di reggere la pressione”. Quanto a Jorge Mario Bergoglio, “il primo voto rivelò che era un candidato forte, più forte di quanto molti avessero realizzato”. Noto per essere umile, intelligente, un pastore che ispira i fedeli, non ambizioso, non amante delle luci della ribalta, che conduceva una vita semplice ed era attento ai poveri, un cardinale che non aveva né studiato né vissuto a Roma e che per 15 anni aveva governato in modo pastorale la grande arcidiocesi della capitale argentina.

La sua statura internazionale era cresciuta, veniva dal subcontinente dove vive la maggioranza dei cattolici, ed era chiaramente “un uomo coraggioso con una visione, una visione missionaria, capace di aprire nuovi orizzonti per la Chiesa, un uomo impegnato nel dialogo con gli ebrei, i musulmani, i cristiani di altre confessioni o coloro che non professano una fede. Soprattutto, un pastore. E il suo breve intervento alle congregazioni generali così come le sue interazioni con gli altri cardinali lo avevano rivelato chiaramente”. La maggioranza dei cardianli latino-americani lo appoggivanano, ma aveva il sostegno anche dei porporati asiatici, africani e non pochi europei. Il giorno dopo, fu eletto Papa.

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