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Salute e Benessere

Chirurghi introvabili, l’Italia rischia di perdere specialisti e posti in sala operatoria

Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2026 0:12
Redazione
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La chirurgia generale italiana rischia di perdere una parte consistente dei suoi specialisti nei prossimi cinque anni. Nel 2026 sono rimasti scoperti 193 contratti di specializzazione su 646 banditi, pari a circa il 30%, mentre oltre la metà dei chirurghi generali che lavorano negli ospedali ha più di 60 anni. La carenza minaccia la capacità di garantire gli interventi proprio mentre la domanda di cure chirurgiche è destinata a crescere del 12%.

Contents
  • Il divario tra pensionamenti e nuovi ingressi
  • Le aree più colpite dalla fuga dei candidati
  • Turni, stipendi e contenziosi allontanano i giovani
  • Schillaci punta su tutele e incentivi
  • Il precedente americano e il rischio per gli ospedali

L’allarme arriva dal 128° Congresso nazionale della Società italiana di chirurgia (Sic), in corso a Roma. La combinazione tra invecchiamento del personale, scarso interesse dei giovani e abbandono della professione può rendere più difficile l’accesso alle sale operatorie in diverse aree del Paese. Secondo le stime richiamate dagli specialisti, il problema potrebbe riguardare in media un intervento di chirurgia generale su dieci, su circa 650mila operazioni eseguite ogni anno.

Il divario tra pensionamenti e nuovi ingressi

Il dato più preoccupante riguarda la struttura anagrafica della categoria. Oltre un chirurgo ospedaliero su due in Italia ha superato i 60 anni, contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania. Il ricambio non procede a un ritmo sufficiente a compensare le uscite previste.

Entro cinque anni, secondo le proiezioni presentate al congresso, i professionisti prossimi alla pensione potrebbero superare i giovani specialisti in ingresso. Il rischio è una riduzione progressiva delle équipe disponibili, con conseguenze sulla programmazione degli interventi, sui tempi di attesa e sulla distribuzione territoriale dei servizi.

La carenza non si presenta in modo uniforme. Alcuni ospedali e alcune scuole di specializzazione registrano difficoltà molto più marcate della media nazionale, fino all’assenza totale di candidati assegnati.

Le aree più colpite dalla fuga dei candidati

I dati sulle borse di specializzazione mostrano una situazione critica in diverse sedi universitarie. A L’Aquila non è stato assegnato alcun contratto. A Udine e Genova sono rimasti vacanti quasi nove posti su dieci, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia i contratti occupati non superano il 20%.

Nel complesso, il 30% dei posti è rimasto scoperto nel 2026. Il dato segnala un miglioramento rispetto al 2025, quando la quota aveva raggiunto il 37,8%, ma non modifica la diagnosi: la chirurgia generale continua a incontrare difficoltà nel reclutamento dei giovani medici.

La disponibilità iniziale dei candidati, inoltre, non coincide necessariamente con il numero di specialisti che arriveranno al termine del percorso. Secondo le stime riportate dalla Sic, il 10% dei contratti assegnati è destinato a essere abbandonato prima del completamento dei cinque anni di formazione. Un ulteriore 10% di chi consegue la specializzazione sceglie poi di lavorare all’estero o nel settore privato.

Questi flussi riducono ulteriormente il numero di professionisti che restano a disposizione degli ospedali pubblici. La crisi, quindi, non dipende soltanto dalla scarsa copertura delle borse, ma anche dalla difficoltà di trattenere chi entra nel sistema.

Turni, stipendi e contenziosi allontanano i giovani

Le ragioni della scarsa attrattività riguardano sia le condizioni economiche sia l’organizzazione del lavoro. I turni pesanti, le responsabilità professionali e un riconoscimento economico giudicato insufficiente rendono la chirurgia meno competitiva rispetto ad altri percorsi specialistici.

A questi fattori si aggiungono le aggressioni al personale sanitario, il lento aggiornamento delle tecnologie ospedaliere e l’esposizione al contenzioso medico-legale. La prospettiva di affrontare procedimenti giudiziari, anche quando le contestazioni si rivelano infondate, alimenta l’incertezza e aumenta il costo della copertura assicurativa.

Secondo la Sic, il numero dei procedimenti medico-legali è aumentato del 150% in dieci anni. L’associazione sottolinea che, nella maggior parte dei casi considerati, le contestazioni non trovano fondamento, ma producono comunque conseguenze economiche e professionali.

Il costo delle polizze assicurative, secondo quanto riferito dalla società scientifica, può superare i guadagni dei giovani specialisti. Un elemento che incide sulla convenienza della scelta professionale e che contribuisce a rendere meno attrattiva una disciplina caratterizzata da carichi di lavoro e responsabilità elevati.

Schillaci punta su tutele e incentivi

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha definito la chirurgia un “pilastro della Sanità pubblica” e ha riconosciuto che la difficoltà nel reclutamento non dipende soltanto dagli stipendi. Le criticità organizzative e il contenzioso rappresentano, secondo il ministro, altrettanti ostacoli alla scelta dei giovani.

Tra gli interventi indicati dal governo figura uno scudo penale stabile per i professionisti sanitari, insieme allo stanziamento di 120 milioni di euro l’anno destinati alle specializzazioni meno attrattive. L’obiettivo è intervenire sia sulle condizioni di esercizio della professione sia sulla disponibilità di personale nelle discipline che faticano a reclutare.

La questione delle tutele resta centrale per i chirurghi. La Sic chiede che i decreti attuativi relativi allo scudo penale vengano approvati entro il 31 dicembre, indicando nella certezza delle regole uno degli elementi necessari per ridurre l’esposizione percepita al rischio giudiziario.

Gli incentivi economici, da soli, non risolvono però le difficoltà legate ai turni, alla dotazione tecnologica e all’organizzazione delle strutture. La capacità di rendere la chirurgia più attrattiva dipenderà anche dalle condizioni concrete nelle quali i medici lavorano e si formano.

Il precedente americano e il rischio per gli ospedali

La carenza di chirurghi non riguarda soltanto l’Italia. Negli Stati Uniti, secondo le stime citate nel dibattito, circa 15 milioni di persone vivono già in contee prive di un chirurgo generale. Il dato viene richiamato dagli specialisti come indicazione dei rischi che una distribuzione insufficiente del personale può produrre sull’accesso alle cure.

In Italia, l’invecchiamento della categoria e la difficoltà nel coprire le borse di specializzazione possono accentuare le differenze territoriali. Le sedi che oggi incontrano maggiori problemi nel reclutamento rischiano di avere meno risorse per sostituire i professionisti in uscita, mentre la domanda di interventi aumenta.

La posta in gioco riguarda la capacità del Servizio sanitario nazionale di assicurare una disponibilità adeguata di équipe chirurgiche. Senza un ricambio sufficiente, il problema non sarà soltanto trovare specialisti per gli ospedali, ma garantire che i pazienti possano accedere agli interventi nei tempi e nei luoghi necessari.

TAGGATO:carenza di chirurghichirurgia generalemediciOrazio Schillacisanità pubblicaSocietà italiana di chirurgiaspecializzazioni mediche
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