Trentini e Burlò rientrano in Italia dopo 423 giorni in carcere: “Ce l’abbiamo fatta, ma è stata dura”
Quattrocentoventitré giorni. Quattordici mesi di carcere in Venezuela. Stamattina alle 8.30 Alberto Trentini e Mario Burlò hanno toccato il suolo italiano. L’aereo di Stato è atterrato a Ciampino con a bordo il cooperante veneziano e l’imprenditore torinese, finalmente liberi dopo una prigionia che sembrava non finire mai.
Ad attenderli sulla pista le famiglie, la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Sul volo anche il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli, la cui presenza certifica il ruolo chiave dell’intelligence nella complessa operazione diplomatica. Lacrime, abbracci, sorrisi. La madre di Trentini, Armanda, ha stretto il figlio in un abbraccio interminabile. Burlò ha ritrovato Gianna e Corrado, i figli che non vedeva da oltre un anno. Scene di gioia pura che hanno preceduto il breve incontro istituzionale nella saletta dell’aeroporto.
Il saluto della premier: “Hai abbracciato la mamma?”
“Hai abbracciato mamma? È stata tanto in pensiero lo sai, vero?”. Meloni ha accolto Trentini con parole semplici, dirette, umane. Poi il “bentornato” a Burlò, qualche minuto di conversazione con i familiari e il congedo discreto: “Non vi voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare”. Gesti misurati, nessuna retorica. Solo la consapevolezza che dietro questa liberazione ci sono mesi di trattative riservate, pressioni diplomatiche, contatti tra intelligence.
L’avvocato Maurizio Basile riferisce le prime parole di Burlò: “Ce l’abbiamo fatta anche questa volta, ma è stata davvero dura”. L’imprenditore torinese, accusato dalle autorità venezuelane di terrorismo, aveva confidato al legale già da Caracas il suo sgomento: “Mi hanno contestato terrorismo. Ma cosa c’entro io? Non ho mai fatto politica nemmeno in Italia”.
Una detenzione durissima: “Molto, molto provato”
Basile non nasconde la gravità delle condizioni patite dal suo assistito. “Era molto provato da questa esperienza. Ha parlato di una detenzione davvero molto, molto dura”. Tuttavia nell’ultima telefonata, ieri sera con la figlia, Burlò sembrava già rinfrancato. Al momento non risulta convocazione in procura. “Non so cosa succederà adesso”, ammette il legale, “credo che sarà organizzato il rientro a Torino”. Il ringraziamento va al console Jacopo Martino, all’intera rete diplomatica a Caracas e al ministero degli Esteri.
“Sono stati davvero molto vicini alla famiglia”, sottolinea Basile. Una macchina diplomatica che ha lavorato senza sosta, lontano dai riflettori, per riportare a casa i due italiani. Trentini ha affidato all’avvocata Alessandra Ballerini una dichiarazione letta all’uscita da Ciampino: “Siamo felicissimi, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo. Non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni”.
Tajani: “Nessuna tortura fisica, ma condizioni pesanti”
Il ministro degli Esteri riferisce di aver trovato entrambi “in ottime condizioni di salute, anche da un punto di vista psicologico”. Tajani evidenzia la forza dimostrata: “Sono molto forti, nonostante il periodo di detenzione. Hanno detto di non aver avuto torture fisiche, certo, le condizioni di detenzione non sono un fatto positivo”.
Burlò ha confidato al ministro una frase che pesa: “Io non mi sono mai sentito solo perché sapevo che c’era il governo del mio paese insieme alla mia famiglia che mi sosteneva”. Parole che Tajani definisce “un riconoscimento che riscalda il cuore”. La soddisfazione è “anche umana”, non solo politica. Il vicepresidente del Consiglio sa bene quanto questa operazione sia costata in termini di impegno diplomatico.
La partita non è chiusa: altri 42 italiani in carcere
Ma il lavoro non finisce qui. “Continuiamo a lavorare adesso per liberare gli altri”, annuncia Tajani senza mezzi termini. I numeri sono pesanti: 42 italiani ancora detenuti in Venezuela, di cui 24 per motivi politici. “Continuiamo a lavorare perché si possa, con una nuova relazione tra Roma e Caracas, anche avere la possibilità di liberare il maggior numero possibile dei detenuti politici, in modo particolare gli italiani”.
In Senato l’informativa del ministro viene accolta da un lungo applauso. I senatori si alzano in piedi quando Tajani dichiara: “È con emozione che condivido con quest’Aula la grande gioia e soddisfazione, mia personale e del Governo, per la liberazione nella notte di ieri dei connazionali Andrea Trentini e Mario Burlò, che ho accolto stamane con il Presidente del Consiglio all’aeroporto di Ciampino”. Un momento raro di unità politica su un tema che trascende gli schieramenti.
Al Lido già si prepara l’accoglienza
“Ci stiamo pensando, gli faremo una sorpresa”. Sebastiano, commerciante del Lido di Venezia, conosce Alberto Trentini dall’infanzia. Racconta l’attesa, la gioia, la voglia di riabbracciare l’amico. “È la sua indole aiutare gli altri, essere disponibile, cercare di portare qualcosa di positivo con le proprie capacità. Si occupa di un sacco di cose, ma principalmente la sua vocazione è di aiutare. È veramente una persona meritevole, generosa”.
Tajani posta su X una foto dell’arrivo: “Alberto Trentini e Mario Burlò sono finalmente in Italia. Bentornati!”. Meloni condivide un video degli abbracci in pista, con una didascalia essenziale: “Bentornati a casa!”. Immagini che documentano la chiusura di un incubo durato 423 giorni. “Il sorriso dei figli di Burlò, l’abbraccio della mamma di Trentini al figlio sono scene che ti toccano”, confessa Tajani. “Rivedere due persone che possono essere finalmente vicine alle loro famiglie è qualcosa che ci riempie il cuore”. Una vittoria diplomatica che restituisce dignità e libertà a due italiani. E che riaccende la speranza per gli altri 42 ancora nelle carceri venezuelane.
