La Consob senza presidente: il pasticcio che frena la riforma delle Authority
Federico Freni
A poche settimane dalla scadenza del mandato di Paolo Savona, la presidenza della Consob resta in bilico. Il governo Meloni, diviso tra Lega e Forza Italia, non riesce a trovare un’intesa sulla successione al vertice dell’Authority di vigilanza sui mercati finanziari. La candidatura di Federico Freni, sottosegretario all’Economia e deputato leghista, data per certa da più parti, è stata frenata dall’opposizione interna di Forza Italia, che chiede un profilo tecnico, non politico. Il Consiglio dei ministri ha così rinviato la designazione, rischiando di lasciare l’organo collegiale con un seggio vacante proprio nel momento in cui si prepara la grande partita delle nomine alle società partecipate e alle Authority.
La questione non è solo formale. La Consob, organo chiave per la stabilità e la trasparenza dei mercati italiani, richiede un presidente con competenze specifiche, esperienza giuridico-finanziaria e autonomia da logiche di partito. È questa la linea ribadita con forza da Forza Italia, attraverso il suo portavoce nazionale Raffaele Nevi, intervenuto stamattina a Start su Sky TG24. “Non ci ha mai convinto la designazione di un politico alla Consob”, ha dichiarato senza giri di parole. “È bene che lì, siccome si tratta di questioni molto tecniche, ci sia un tecnico, un non politico di alto livello con grande esperienza”. Nevi ha tenuto a precisare di non voler fare nomi, pur riconoscendo a Freni “straordinarie capacità” come sottosegretario al Mef, ma ha ribadito con fermezza che la natura dell’Authority esige un approccio diverso.
Forza Italia insiste: serve un tecnico, non un politico
La posizione di Forza Italia trova eco anche in alcuni ambienti di Fratelli d’Italia, sebbene con toni più sfumati. Marco Osnato, responsabile economico del partito di Giorgia Meloni e presidente della commissione Finanze della Camera, ha ammesso ad Affaritaliani che Freni “è una persona che ha tutte le caratteristiche per svolgere quel ruolo”, ma ha aggiunto un’osservazione cruciale: “Allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef”. Il messaggio è chiaro: spostare Freni alla Consob significherebbe indebolire il ministero dell’Economia in un momento delicato, con la manovra economica appena varata e le tensioni sui conti pubblici ancora vive. Inoltre, non è detto che il leghista accetti un ruolo che lo costringerebbe a lasciare sia il governo sia il seggio parlamentare, a meno che non gli venga affidata la presidenza vera e propria — e non una semplice carica di componente.
Le fonti della Lega, dal canto loro, cercano di minimizzare. Parlano di “un pasticcio” e di “un’incomprensione che sarà presto risolta”. Ma il clima appare teso. Il tentativo di accelerare la nomina con una riunione lampo del Consiglio dei ministri è fallito, e ora il tempo stringe. Paolo Savona lascerà l’incarico l’8 marzo. La procedura per nominare il suo successore non è immediata: dopo la designazione governativa, la proposta deve passare al vaglio delle commissioni parlamentari competenti, che esprimono pareri non vincolanti ma spesso decisivi. Se il governo non si muove entro pochi giorni, il rischio concreto è che la Consob si ritrovi a operare con soli quattro membri, priva del presidente, in un momento in cui i mercati guardano con attenzione alla governance italiana.
Il rischio di un vuoto di potere alla Consob
L’impasse sulla Consob si inserisce in un contesto più ampio: il 2026 sarà l’anno delle grandi nomine nelle Authority e nelle società controllate dallo Stato. Dalla Banca d’Italia ad Anpal, da Poste Italiane a Eni, decine di incarichi strategici saranno rinnovati. La presidenza della Consob era vista come l’anticamera di questa partita, un banco di prova per la coesione della maggioranza. Invece, proprio su un nodo apparentemente tecnico, il governo mostra crepe evidenti. La Lega punta a piazzare un suo uomo in un’Authority centrale, Forza Italia resiste invocando il principio di meritocrazia, e Fratelli d’Italia cerca di mediare senza scontentare nessuno. Intanto, però, l’orologio corre.
La posta in gioco non è solo simbolica. Una Consob indebolita, o addirittura paralizzata da un vuoto di leadership, potrebbe vedere ridotta la sua credibilità presso investitori e istituzioni europee. In un momento in cui l’Italia cerca di attrarre capitali stranieri e di rafforzare la propria posizione nell’Unione, la percezione di instabilità nelle Authority indipendenti è un segnale negativo. Non a caso, Bruxelles segue con attenzione ogni mossa del governo sul fronte delle nomine, soprattutto dopo le critiche ricevute negli ultimi anni per eccessive ingerenze politiche.
Davos distrae, ma Roma rischia di perdere colpi
Mentre a Davos i leader mondiali discutono di transizione energetica, sicurezza alimentare e futuro dell’Ucraina, a Roma si litiga su una poltrona. Eppure, è proprio la solidità delle istituzioni domestiche a determinare la credibilità internazionale di un Paese. L’incapacità di trovare un accordo su una figura come quella del presidente della Consob — ruolo che richiede equilibrio, competenza e distanza dalla politica quotidiana — rischia di minare la fiducia degli operatori finanziari. Il premier Giorgia Meloni, finora abile nel tenere unita la coalizione, dovrà intervenire personalmente se vorrà evitare che questo pasticcio si trasformi in una crisi di sistema.
Alla fine, la soluzione potrebbe arrivare da un compromesso: un nome tecnico gradito a tutti, oppure la conferma di Freni con un mandato chiaro di autonomia. Ma il tempo è poco, e ogni giorno di ritardo aumenta il rischio di un vuoto istituzionale. Savona, ex ministro e figura controversa, ha guidato la Consob con polso in un periodo complesso. Il suo successore dovrà fare altrettanto — ma prima bisogna riuscire a nominarlo.
