Meloni gioca la partita europea: Germania al fianco, Roma al centro. Il puzzle del “Board of Peace”
Mentre i Ventisette discutono la risposta a Washington, l’Italia lavora al progetto di riforma con Berlino.
Giorgia Meloni
Fari sul summit Ue, ma motore acceso a Roma e Berlino. Mentre i Ventisette leader si incontrano oggi in un clima alleggerito dalla ritirata di Donald Trump sui dazi, Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz consolidano un’intesa che punta a riformare l’Unione. Domani, a Roma, un vertice intergovernativo di prima grandezza – con 11 ministri italiani e 10 tedeschi – sancirà l’operatività dell’asse. La linea è chiara: meno burocrazia, più competitività, bilancio Ue ripensato. E una difesa commerciale pronta al contrattacco.
Il dietrofront di Washington, arrivato dopo le minacce alla Groenlandia, viene archiviato come un successo della coesione europea. “Risultato dei nostri sforzi comuni”, ha commentato Merz. Ma nei palazzi di Bruxelles non si canta vittoria. Lo scenario resta “volatile”, avvertono fonti Ue. Gli strumenti di difesa, a cominciare dal regolamento anti-coercizione, “restano sul tavolo, non chiusi nel cassetto. Sono lì per essere usati”. La posizione italiana, che Meloni ribadirà al tavolo, unisce apertura al dialogo e fermezza sulle contromisure.
Un documento congiunto contro la lentezza di Bruxelles
Il cuore politico della giornata batte fuori dalla sala del consiglio. L’incontro bilaterale tra Meloni e Merz, prima del vertice, ha definito i contorni di una proposta che vuole essere di rottura. I due paesi hanno elaborato un documento congiunto in vista dei prossimi appuntamenti europei. Obiettivo dichiarato: un’Europa “più veloce e dinamica”. Meno regole, un mercato unico potenziato, un bilancio comunitario finalizzato alla competitività globale. Una visione che spinge per un’Ue più agile e meno legata ai lacci del passato.
“Abbiamo elaborato nuove idee per cambiare l’Unione europea”, aveva detto Merz a Davos, riferendosi al lavoro con la premier italiana. Quelle idee sono ora nero su bianco. Il vertice di Roma di domani non sarà una cerimonia, ma l’avvio di una cooperazione strutturata e continua tra i due governi. Fonti di Palazzo Chigi parlano senza mezzi termini di “salto di qualità” nelle relazioni bilaterali. La volontà è “investire con continuità” per essere protagonisti nella definizione dell’agenda comunitaria.
La deterrenza commerciale non si smantella
La tregua di Trump non spegne la prudenza. La crisi dei dazi, seppure allentata, ha dimostrato la necessità di una risposta unitaria e di strumenti credibili. Un alto funzionario Ue, parlando a condizione di anonimato, è stato netto: la posizione di “una grande maggioranza di Stati membri” è mantenere operativi gli strumenti di difesa commerciale. Il regolamento anti-coercizione, in particolare, è considerato uno scudo essenziale. “Se necessario, quando ci fossero le condizioni, si userà”, ha insistito.
È la logica della deterrenza. L’Europa mostra disponibilità al dialogo, ma segnala all’alleato americano – e a qualsiasi altro interlocutore – che non accetterà soprusi. Meloni, pur avendo accolto “con favore” la svolta di Washington, è perfettamente allineata a questa strategia. Il suo obiettivo al vertice è duplice: preservare l’unità dei Ventisette, che ha prodotto il risultato, e garantire che la capacità di risposta non venga smantellata. Perché la prossima sfida potrebbe essere dietro l’angolo.
Il puzzle del “Board of Peace” americano su Gaza
L’agenda del summit informale include anche il nodo internazionale più scottante: il Medio Oriente. Sul tavolo dei leader finirà la valutazione del “Board of Peace” per Gaza lanciato da Trump. Una proposta che divide l’Europa, sollevando interrogativi sulla sua efficacia e sulla sua legittimità giuridica. La posizione italiana, in questo mosaico complesso, cerca un equilibrio. Meloni ritiene che un’autoesclusione apriori non sia una mossa intelligente, per Roma e per Bruxelles.
Tuttavia, le questioni di costituzionalità e di diritto internazionale sono tangibili e, allo stato attuale, impediscono un’adesione formale. L’approccio sarà quindi di massima cautela: ascoltare, valutare, chiedere chiarimenti. Senza fretta di sottoscrivere impegni. Una linea che riflette il pragmatismo dell’esecutivo, attento a non bruciare i ponti con Washington ma determinato a non svendere la coerenza comunitaria e i princìpi del diritto.
La scommessa si gioca a Roma, non a Bruxelles
Mentre il vertice Ue si conclude oggi, la partita vera per l’Italia si sposta a Palazzo Chigi. L’incontro di domani con il governo tedesco è il test decisivo per trasformare le intenzioni in fatti. Se l’asse Meloni-Merz produrrà proposte legislative concrete da portare a Bruxelles, potrà realmente ambire a guidare la riforma dell’Unione. In caso contrario, rischia di rimanere un’operazione di facciata.
La posta in gioco è altissima. In un’Europa alla ricerca di una nuova identità e sotto pressione competitiva globale, l’intesa tra le due maggiori economie dell’Eurozona potrebbe essere il volano del cambiamento. Oppure un’occasione sprecata. I ministri che da domani si siederanno ai tavoli romani hanno una responsabilità precisa: dimostrare che l’Europa può cambiare davvero. A partire da un’amicizia ritrovata tra Roma e Berlino.
