Made in Italy, la tenuta sorprende: crescita record nonostante dazi, guerre e valute avverse

Matteo Zoppas commenta i numeri del commercio estero 2025: il Paese supera la media comunitaria, con punte in Spagna, Svizzera e India, mentre Pechino arretra.

EXPORT importok

Trecentoottanta miliardi di dollari di deficit commerciale con il resto del mondo: è la cifra che ossessiona Washington e che rischia di diventare la variabile più insidiosa per le imprese italiane nei prossimi mesi. Eppure, mentre il dibattito sui dazi domina le cancellerie occidentali, l’Italia ha silenziosa­mente aggiornato il proprio primato: nel 2025 le esportazioni nazionali hanno raggiunto 643 miliardi di euro, segnando un incremento del 3,3% sull’anno precedente. Non un balzo improvviso, ma il frutto di due anni di consolidamento in un quadro internazionale che difficilmente avrebbe potuto presentarsi più ostile.

Il dato acquista peso nel raffronto diretto con i partner europei. La media dell’Unione si è fermata a +2,2%. La Germania — primo mercato di destinazione dell’export italiano — ha archiviato il 2025 con un misero +0,9%, la Francia con +2,0%. Belgio e Spagna hanno addirittura arretrato. Il confronto con i grandi esportatori extra-europei è altrettanto eloquente: la Cina ha guadagnato lo 0,9%, il Giappone è rimasto fermo, la Corea del Sud ha ceduto terreno. In questo scenario, la crescita italiana non è un numero di contabilità nazionale: è un segnale strutturale.

La farmaceutica traina, l’agroalimentare consolida

Il merito della performance non è distribuito in modo uniforme tra i settori. Matteo Zoppas, presidente dell’Ice — Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane — è netto nell’indicare il comparto che ha fatto la differenza: la farmaceutica. Da sola, questa industria ha generato 2,5 dei 3,3 punti percentuali di crescita complessiva. Un contributo che non sorprende chi segue da vicino la trasformazione del capitalismo industriale italiano: nell’ultimo decennio, i distretti del farmaco nel Nord-Est e in Lombardia hanno investito massicciamente in ricerca e impianti, costruendo una capacità produttiva che oggi trova sbocco in ogni continente.

Dietro la farmaceutica, i metalli e i prodotti in metallo hanno aggiunto un punto alla crescita complessiva, l’agroalimentare mezzo punto. Quest’ultimo comparto merita una messa a fuoco distinta: con 72,4 miliardi e una variazione annua del +4,9%, il cibo e le bevande italiane continuano a guadagnare consenso e quota nei mercati internazionali, resistendo alla concorrenza di prezzo dei produttori emergenti grazie a una percezione di qualità che nessuna campagna promozionale potrebbe costruire artificialmente. La meccanica si conferma sotto quota 100 miliardi, attestandosi poco al di sotto di quel traguardo. Il tessile, abbigliamento e calzature registrano invece una contrazione dell’1,9%, scendendo a 60,8 miliardi: un calo che riflette tanto la pressione competitiva asiatica quanto il mutamento dei modelli di consumo nelle fasce di reddito medio delle economie avanzate.

La geografia dei flussi: Spagna in testa, Berlino si risveglia

Guardare ai numeri aggregati non basta. La geografia dell’export italiano nel 2025 racconta storie assai diverse a seconda del mercato di riferimento. Nel perimetro europeo, la Spagna è stata la più dinamica tra i partner comunitari, con una crescita delle importazioni dal nostro Paese pari al +10,2%. La seguono Polonia, Austria e Francia. La notizia di maggior rilievo strategico è però il ritorno alla crescita della Germania: dopo due anni consecutivi di flessione, Berlino ha ripreso ad acquistare prodotti italiani con un incremento del +2,3%. Per le imprese della filiera manifatturiera del Nord Italia, legate all’industria tedesca da decenni di relazioni produttive, si tratta di un segnale che può tradursi in ordini concreti nei prossimi trimestri.

Tra i Paesi europei non membri dell’Unione, il caso più eclatante è quello della Svizzera: +16,3%, una cifra che in parte riflette l’acquisto di prodotti ad alto valore unitario — gioielleria, farmaceutica, meccanica di precisione — e che conferma il mercato elvetico come sbocco premium per la manifattura tricolore. Sul versante negativo, due dati preoccupanti. La Turchia ha ridotto gli acquisti del 23,1% — una contrazione che scende al 4,6% se si esclude la gioielleria, componente volatile per definizione —, segnale di una domanda interna compressa e di una lira ancora sotto pressione. La Russia ha continuato a ritirarsi: -15,4%, conseguenza delle sanzioni, della riduzione dei canali di pagamento e di un mercato ormai strutturalmente ridisegnato dalla guerra.

Washington e Pechino: i due fronti aperti

Il rapporto con gli Stati Uniti è la questione che tiene svegli i responsabili delle associazioni di categoria. Il 2025 si è chiuso con un +7,2%, cifra di per sé lusinghiera. Ma la composizione temporale di quella crescita è rivelatrice: la prima parte dell’anno ha conosciuto un ritmo accelerato, la seconda ha frenato in modo deciso. L’interpretazione non richiede sforzo analitico particolare: le aziende italiane — e i loro acquirenti americani — hanno anticipato gli ordini prima dell’entrata in vigore delle misure tariffarie annunciate dall’amministrazione statunitense. Ciò che si è venduto nei primi sei mesi è, in parte, domanda futura anticipata. Il saldo reale si vedrà nel 2026.

Zoppas non usa giri di parole: le vendite verso gli Stati Uniti andranno monitorate con attenzione nelle prossime settimane, tenendo conto tanto dell’incertezza sui dazi quanto dell’andamento del cambio tra euro e dollaro. Una moneta unica più forte erode i margini degli esportatori e rende i prodotti italiani meno competitivi sul prezzo. Sul fronte asiatico, l’India brilla con un +9,4%, vicino alla soglia del 10%, confermandosi mercato ad alto potenziale per la fascia medio-alta del manifatturiero italiano. La Cina, al contrario, arretra del 6,6% nell’anno complessivo, nonostante un quarto trimestre in terreno positivo: un segnale di parziale stabilizzazione che non basta tuttavia a invertire una tendenza consolidata.

La leva pubblica e il nodo delle piccole imprese

Il presidente dell’Ice chiama direttamente in causa il piano d’azione per l’esportazione promosso dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dal ministro Antonio Tajani. La valutazione è positiva, ma condizionata: le risorse destinate dall’esecutivo alla crescita dell’export sono definite «importanti». La sfida è trasformarle in misure operative — potenziamento della presenza fieristica, organizzazione di collettive estere, rafforzamento degli uffici commerciali nel mondo, attività di incontro tra domanda e offerta. Il sistema funziona, ma la sua efficacia dipende dalla capillarità della sua applicazione.

Il riferimento alle piccole e medie imprese non è un omaggio retorico. È la constatazione di un limite strutturale del modello italiano: gran parte della crescita dell’export è generata da un numero ristretto di grandi gruppi con presenza internazionale autonoma. Le realtà di dimensioni minori — che costituiscono la spina dorsale del tessuto produttivo nazionale — faticano ad accedere ai mercati extraeuropei senza una regia esterna. Fiere, collettive, missioni commerciali e incontri d’affari organizzati dal sistema pubblico rappresentano per queste imprese spesso l’unico canale di internazionalizzazione accessibile. Proteggere i contratti già acquisiti negli Stati Uniti e diversificare verso altri mercati non è uno slogan: è la scommessa concreta che il sistema-Paese deve vincere nei prossimi dodici mesi.