Né scudo, né bandiera: il monito di Mattarella alla vigilia del referendum sulla giustizia

Sergio Mattarella

Sergio Mattarella

Per la prima volta in undici anni di mandato, Sergio Mattarella ha scelto di presiedere di persona una seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura. Non si trattava di un insediamento solenne, né di una nomina di vertice, né di una visita cerimoniale: era un mercoledì qualunque, dedicato all’amministrazione corrente. Eppure, proprio in questa apparente normalità, il gesto assume un peso straordinario. Chi conosce il linguaggio misurato e simbolico del Quirinale sa bene che nulla, nel protocollo presidenziale, è lasciato al caso. Ogni presenza, ogni assenza, ogni parola pesata parla prima ancora di essere pronunciata. E questa presenza – inattesa, silenziosa nella forma ma inequivocabile nella sostanza – trasmette un messaggio limpido: la situazione richiede non un comunicato stampa o un monito a distanza, ma la vicinanza fisica del Capo dello Stato. Non un ammonimento generico, ma un atto concreto.
 
Siamo a poche settimane dal referendum confermativo sulla riforma della giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo. Il dibattito si è acceso fino a diventare rovente: da un lato attacchi sempre più duri alle toghe e al loro organo di autogoverno, dall’altro risposte che a volte alimentano la polemica invece di spegnerla. Nel mezzo rischia di consumarsi qualcosa di più importante dei singoli contendenti: la tenuta della fiducia nelle istituzioni nel loro complesso. Mattarella non ha scelto di inviare un messaggio: si è seduto a presiedere. E il messaggio era già lì, nella sua sola presenza. Il discorso che ha pronunciato è stato breve, quasi scarno, ma di una precisione chirurgica. L’esortazione al “rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica” suona come un richiamo istituzionale di routine, ma è tutto fuorché neutro: è un invito netto ad abbassare i toni, a smettere di trasformare il confronto politico in uno scontro che logora la credibilità di tutti.
 
Ancora più significativo – e deliberatamente equilibrato – è il passaggio in cui il presidente riconosce che “difetti, lacune, errori sono possibili” anche nel CSM, così come nelle altre istituzioni della Repubblica, “siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario”. Nessuno è intoccabile. Né la magistratura, né il Parlamento, né il Governo. È un richiamo alla responsabilità condivisa, che smonta qualsiasi narrazione manichea.Da mesi una parte della sinistra ha costruito un’equazione fin troppo comoda: difendere la magistratura equivarrebbe automaticamente a difendere la democrazia. Un’equazione che, se abusata, diventa arma identitaria più che presidio di principi.
 
Usare le toghe come scudo politico contro l’avversario di turno non rafforza la giustizia: la espone, la politicizza, la rende ostaggio di una parte. Il monito del Quirinale, quindi, non si rivolge solo a chi attacca i giudici con toni eccessivi o con paragoni imprudenti: si rivolge anche a chi li difende in modo incondizionato, trasformando un organo costituzionale in bandiera di parte. In un momento in cui la campagna referendaria rischia di avvelenare il clima istituzionale, Mattarella ricorda a tutti – maggioranza, opposizione, toghe, politica – una verità elementare: la Repubblica non si difende con le tifoserie, ma con il rispetto reciproco delle sue parti. La sua presenza al CSM non è stata un gesto di parte: è stata un gesto di parte per il tutto. E proprio per questo, in tempi di toni esasperati, risulta tanto necessario quanto prezioso.