Scontro sulla Giustizia, la premier non arretra: criticare le toghe è un diritto che non si negozia
La presidente del Consiglio pubblica per due giorni consecutivi video contro la magistratura, ignorando il richiamo alla sobrietà pronunciato dal capo dello Stato durante la riunione del Csm: una strategia a doppio binario che rivela le tensioni interne alla campagna referendaria.
Giorgia Meloni
C’è un filo che attraversa indisturbato questa giornata politica, nonostante il richiamo solenne del presidente della Repubblica, nonostante la nota ossequiosa del Guardasigilli, nonostante la retorica dell’allineamento istituzionale esibita dai portavoce di palazzo Chigi. Quel filo ha una sola voce e una sola direzione: Giorgia Meloni, per il secondo giorno consecutivo, pubblica un video contro la magistratura. Lo fa dopo che Sergio Mattarella ha presieduto per la prima volta una riunione ordinaria del Consiglio superiore della magistratura e ha chiesto a tutti, “particolarmente alle istituzioni”, di abbassare i toni. Lo fa mentre il suo stesso ministro della Giustizia firma una nota di condivisione “totale” di quell’appello. Lo fa con la consapevolezza di chi non considera questo un errore di comunicazione, ma una scelta.
Il caso scelto come innesco è la decisione del Tribunale di Palermo di stabilire un risarcimento dello Stato nei confronti della Sea Watch. La premier lo definisce una pronuncia che “lascia senza parole”. Poi formula una domanda che è, nella sostanza, un atto d’accusa: “Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?”. La retorica è rodata, il bersaglio è preciso. Non è la sentenza in sé che interessa a Meloni in questa fase: è il principio che quella sentenza le consente di riaffermare. I giudici, quando “ostacolano le decisioni” del governo, meritano di essere criticati. Non solo: devono essere criticati. È un diritto che la presidente del Consiglio non intende cedere a nessun richiamo istituzionale, per autorevole che sia.
Una strategia costruita su due piani distinti
Per comprendere la tenuta interna di questa posizione occorre separare i due livelli su cui il governo si muove in questa giornata. Il primo è quello della forma istituzionale: Carlo Nordio incassa il monito presidenziale, lo rilancia come proprio, ne fa uno scudo. Il Guardasigilli che aveva definito il sistema correntizio del Csm “para-mafioso” diventa, nelle ore successive all’intervento del Quirinale, il paladino del “rispetto vicendevole”. È una metamorfosi rapida, dettata da palazzo Chigi con un calcolo preciso: non offrire al fronte del no la narrazione di un governo che sfida apertamente il capo dello Stato, figura che gode di un consenso tra gli italiani che nessun leader dell’attuale maggioranza può permettersi di urtare frontalmente.
Mattarella presiede Plenum del Csm (video)
Il secondo livello è quello della sostanza politica: e qui Meloni non arretra di un millimetro. L’idea che sorregge i video quotidiani contro le toghe non è una reazione emotiva né un errore di calcolo. È una componente deliberata della campagna referendaria, pensata per un destinatario specifico. Quell’elettorato di centrodestra — largamente ostile alla magistratura, sensibile al tema dell’immigrazione, convinto che i giudici esercitino un potere politico illegittimo — ha bisogno di sentire che la propria premier non si piega. Il richiamo del Quirinale, in questa ottica, non è un ostacolo: è quasi un’occasione per ribadire la propria irriducibilità.
Il messaggio alla base che supera il rispetto istituzionale
Vi è una parola che ricorre nei ragionamenti privati della presidente del Consiglio e che nelle ultime settimane è diventata quasi un’ossessione tattica: “pancia”. È lì, nell’elettorato più viscerale e meno mediato, che si gioca una parte cruciale della partita referendaria. E quella pancia non si nutre di note ministeriali misurate né di richiami alla sobrietà istituzionale. Si nutre di scontro diretto, di nemici riconoscibili, di una leader che non abbassa la testa.
Il caso Sea Watch è emblematico proprio perché unisce due temi che nella cultura politica del centrodestra italiano hanno un peso specifico enorme: la magistratura e l’immigrazione. Parlare di giudici che “premiano chi si vanta di non rispettare la legge” significa comprimere in una frase sola entrambe le battaglie identitarie della coalizione. Non importa che la pronuncia del Tribunale di Palermo abbia una sua complessità giuridica, che il merito della vicenda Sea Watch si presti a valutazioni meno schematiche. Il punto non è la sentenza: è il racconto che quella sentenza consente di costruire.
Fino a dove arriva il diritto di critica
Resta però una questione che questa strategia lascia irrisolta e che prima o poi il governo dovrà affrontare. Il “diritto di criticare” i giudici, invocato da Meloni come principio, non è in sé contestabile in uno Stato democratico. La critica alle decisioni giudiziarie è legittima, il dibattito pubblico sulla magistratura è necessario, il controllo democratico sull’esercizio del potere giudiziario è un valore costituzionale. Il problema non è il principio: è la forma, il ritmo, la scelta sistematica del linguaggio più aggressivo nel momento politicamente più delicato.
Mattarella non ha menzionato la premier. Ha parlato di “istituzioni” in senso lato, ha distribuito il richiamo su tutti gli attori in campo, ha incluso implicitamente anche i magistrati che si sono esposti nella campagna a favore del no — e la maggioranza non ha mancato di sottolinearlo. Ma la coincidenza tra l’intervento presidenziale e i video quotidiani di Meloni è troppo evidente per essere ignorata. Il Quirinale ha scelto la sede più alta disponibile per lanciare un segnale. La presidente del Consiglio ha risposto con un’altra puntata della sua serie contro le toghe. Il confronto, almeno in apparenza, ha la forma di un dialogo tra sordi. In realtà è qualcosa di più sottile: è la misurazione reciproca di due autorità che si osservano, si rispettano nelle forme e si fronteggiano nella sostanza. Per ora nessuno ha varcato la soglia oltre la quale il conflitto diventerebbe istituzionale. Ma quella soglia, in questa campagna, si avvicina ogni giorno di più.
