Acca Larentia, il tribunale di Roma scagiona i militanti di CasaPound per i saluti romani
Il giudice ha emesso sentenza di non luogo a procedere, stabilendo che il rito del presente non configura un pericolo di ricostituzione fascista.
La decisione del giudice dell’udienza preliminare di Roma non rappresenta soltanto un esito processuale favorevole per trenta militanti della destra radicale, ma segna un punto fermo nella perimetrazione del reato di opinione e di simbologia. Prosciogliendo gli indagati per i fatti del 7 gennaio 2024, il magistrato ha ricondotto il “saluto romano” a una dimensione meramente rituale e commemorativa, privandone la valenza di atto eversivo o discriminatorio. È una sentenza che spoglia il gesto della sua carica di minaccia attuale per l’ordinamento repubblicano, distinguendo con nitidezza tra l’omaggio ai defunti e la volontà di restaurazione di un regime autoritario.
Interpretazione delle norme vigenti
La Procura, sotto la guida di Francesco Lo Voi, aveva tentato di inquadrare la condotta dei manifestanti entro i rigidi confini delle leggi Scelba e Mancino. Tuttavia, la tesi difensiva ha prevalso, facendo leva sulla mancanza di un pericolo concreto di ricostituzione del partito disciolto. Il quadro normativo, dopo il recente pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione, esige che il gesto sia accompagnato da una reale capacità di proselitismo e di destabilizzazione delle istituzioni democratiche. In assenza di tali presupposti, il braccio teso resta un atto di ossequio ai caduti, inserito in un contesto di memoria privata che si ripete, con le medesime modalità, da quasi mezzo secolo.
Equilibrio tra diritto e politica
Le reazioni alla sentenza ricalcano le storiche fratture del panorama politico nazionale. Se da un lato CasaPound rivendica la vittoria del diritto sulla repressione, dall’altro le associazioni dei partigiani e le forze di opposizione parlano di uno sfregio alla Costituzione antifascista. È una tensione irrisolta tra la norma scritta e il sentimento civile. Tuttavia, la magistratura ha operato una scelta di campo squisitamente tecnica: il processo penale non può trasformarsi in un giudizio di valore sulla moralità di un simbolo, ma deve limitarsi all’accertamento di una condotta lesiva. La messa a fuoco del giudice si è dunque fermata sulla soglia della libertà di espressione e di ricordo.
Verità mancata per le vittime
Resta, indelebile, il paradosso di una vicenda che vede lo Stato impegnato a sanzionare la forma di un rito, mentre la sostanza di un crimine efferato rimane avvolta nell’oscurità. Dopo cinquant’anni, gli assassini di via Acca Larentia restano impuniti e sconosciuti. La sentenza di proscioglimento mette in luce lo squilibrio tra lo sforzo investigativo profuso per identificare i partecipanti a una commemorazione e la persistente incapacità di rendere giustizia a tre giovani vite spezzate nel 1978. In questo scenario, il diritto ha ristabilito un confine, ma la storia attende ancora una risposta definitiva sui responsabili di quella stagione di sangue.
