La Nato sospende la missione in Iraq, l’ira di Trump: “Senza gli Stati Uniti siete una tigre di carta”
Il presidente americano accusa i partner dell’Alleanza di vigliaccheria per non aver contribuito militarmente alle operazioni nello Stretto di Hormuz, mentre al ventunesimo giorno di conflitto Israele colpisce obiettivi iraniani vicino al Mar Caspio e Teheran risponde sull’aeroporto di Tel Aviv.
Donald Trump
Al ventunesimo giorno di guerra in Medio Oriente, il fronte diplomatico si incrina tanto quanto quello militare. Donald Trump sfida apertamente gli alleati della Nato, definendoli “codardi” e “tigri di carta” per la loro indisponibilità a partecipare alle operazioni nello Stretto di Hormuz. Sei Paesi occidentali — Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone — rispondono con una dichiarazione congiunta sul transito sicuro, ma escludono categoricamente qualsiasi impegno militare. Sul campo, Israele porta i raid fino alle rive del Mar Caspio mentre l’Iran colpisce ancora l’aeroporto di Tel Aviv. Il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie è morto in un attacco missilistico. Washington prepara una richiesta al Congresso da duecento miliardi di dollari per finanziare il conflitto.
Trump contro la Nato: la resa dei conti
Il presidente americano non usa mezzi termini. Senza gli Stati Uniti, l’Alleanza Atlantica è “una tigre di carta”: questo il giudizio secco di Donald Trump sui partner che non intendono schierarsi militarmente a fianco di Washington nella guerra contro l’Iran. Il bersaglio specifico è lo Stretto di Hormuz. Trump sostiene che riaprire il passaggio sia “una semplice manovra militare” con rischi minimi per chiunque voglia parteciparvi, e accusa gli alleati di lamentarsi dei prezzi del petrolio senza voler contribuire alla soluzione. “Codardi, ce ne ricorderemo”, scrive sui suoi canali. È un avvertimento, non una metafora politica.
La Nato, nel frattempo, ha sospeso “temporaneamente” la sua missione in Iraq citando l’escalation del conflitto regionale. La decisione amplifica ulteriormente le tensioni tra Washington e le capitali europee, già provate dalla natura unilaterale delle scelte strategiche americane nelle ultime settimane.
La posizione italiana e il perimetro della dichiarazione
L’Italia ha sottoscritto, insieme ai cinque partner, un documento che si impegna a contribuire alla “navigazione commerciale sicura” nello Stretto di Hormuz. Il tono è fermo sul piano dei principi, prudente su quello operativo. Giorgia Meloni, a Bruxelles per il Consiglio europeo, ha tracciato un confine netto: “Nessuno pensa ovviamente a una missione militare per forzare il blocco.” Una posizione che riflette il disagio di buona parte degli alleati europei, costretti a bilanciare la pressione americana con le proprie opinioni pubbliche e le esigenze di stabilità nel Golfo.
Il Regno Unito si è spinto oltre: Londra ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare le proprie basi militari per lanciare attacchi contro obiettivi iraniani che minacciano i traffici nello Stretto. Una distinzione rilevante rispetto agli altri partner, che segna un allineamento britannico più esplicito con la postura offensiva di Washington.
La strategia della decapitazione e la risposta di Khamenei
Sul fronte iraniano, la logica degli attacchi mirati ai vertici del regime prosegue con costanza. Ali Mohammad Naeini, portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, è stato ucciso questa mattina durante un raid missilistico condotto da forze americane e israeliane. Prima di lui, era toccato a Esmail Ahmadi, successore di Soleimani alla guida dell’intelligence dei Basij.
La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha risposto con un messaggio ai quadri del regime. La sua assenza — ha scritto riferendosi al ministro Khatabi, anch’egli ucciso — “deve essere compensata dagli sforzi raddoppiati degli altri funzionari.” La sicurezza, aggiunge, “deve essere strappata ai nemici interni ed esterni.” È il linguaggio della continuità: il regime segnala che ogni vuoto verrà colmato, che la perdita di figure chiave non altera la traiettoria del conflitto.
Il portavoce delle forze armate iraniane ha rilasciato nel frattempo una dichiarazione che suona come minaccia diretta alla popolazione civile globale: “I centri turistici e ricreativi di tutto il mondo non saranno più sicuri per i nemici.” Un’escalation retorica che amplia il perimetro del conflitto ben oltre i confini della regione.
I fronti aperti: dal Caspio al Kuwait
Le forze armate israeliane hanno annunciato di aver “iniziato a colpire obiettivi del regime iraniano nella zona di Nur, a est di Teheran”, sulle sponde del Mar Caspio. È un’estensione geografica significativa delle operazioni, che supera il perimetro urbano della capitale e porta la guerra verso infrastrutture e posizioni strategiche nel nord-est del Paese.
L’Iran ha risposto con una nuova ondata di bombardamenti contro l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, costringendo milioni di persone nel nord di Israele — da Haifa alla Galilea, fino al confine con il Libano — a cercare riparo nei bunker. Le sirene hanno risuonato in un’area vastissima, con ricadute dirette sulla vita civile in tutto il territorio settentrionale.
Il conflitto si è esteso anche al Kuwait. Un attacco di droni ha provocato un incendio nella raffineria di Mina al-Ahmadi, di proprietà della compagnia petrolifera nazionale. L’agenzia di stampa statale kuwaitiana ha confermato l’incidente. Non è il primo episodio nelle ultime ore: venerdì mattina era già stata segnalata un’altra esplosione nella stessa area. La pressione sulle infrastrutture energetiche del Golfo è costante e deliberata.
I duecento miliardi e il nodo del finanziamento
Sul fronte americano, dopo l’annuncio del segretario alla Difesa Pete Hegseth, Trump ha confermato che chiederà al Congresso duecento miliardi di dollari per finanziare le operazioni militari. Secondo fonti citate da diversi organi di stampa, Washington avrebbe già disposto l’invio di migliaia di marines aggiuntivi nella regione. La richiesta di finanziamento rappresenta un segnale politico preciso: l’amministrazione non considera il conflitto prossimo alla conclusione e si prepara a una fase prolungata di impegno militare diretto.
