Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, ha disposto la fermata temporanea degli impianti dell’ex Ilva a Taranto, con effetti a catena sugli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, che dipendono dall’area a caldo pugliese per l’approvvigionamento di acciaio. L’azienda definisce la decisione “dolorosa, ma inevitabile” e la riconduce ai vincoli giudiziari e alle condizioni operative che, secondo la società, non consentono di proseguire la produzione in modo sostenibile.
La decisione arriva mentre si avvicina la scadenza del 25 ottobre, termine entro il quale l’amministrazione straordinaria avrebbe dovuto garantire la continuità produttiva secondo le indicazioni della Corte d’Appello. Il prossimo passaggio è fissato per il 20 ottobre, quando la Corte di Cassazione esaminerà il caso. Acciaierie d’Italia spera che il pronunciamento possa scongiurare la chiusura definitiva degli impianti.
Le prescrizioni e i margini esauriti
Alla base dello stop ci sono le prescrizioni imposte dal Tribunale di Milano, che l’azienda sostiene di non essere riuscita a rispettare nei tempi concessi. Acciaierie d’Italia afferma di aver tentato di mantenere la produzione entro il limite dei 90 giorni indicato dalla Corte d’Appello, ma di non aver trovato una soluzione praticabile dopo il rigetto delle richieste presentate per preservare l’attività.
Il 5 ottobre è stata respinta anche la seconda istanza, con cui la società chiedeva di mantenere i forni in riscaldo almeno fino alla pronuncia della Cassazione. Senza questa possibilità, l’amministrazione straordinaria sostiene di non avere più margini per assicurare la continuità degli impianti senza esporsi a costi che non ritiene compatibili con la procedura.
La società presenta quindi la fermata come una conseguenza dei limiti imposti dal quadro giudiziario, non come una scelta industriale ordinaria. La prospettiva è quella di un’interruzione che coinvolge il centro produttivo di Taranto e si estende agli altri siti collegati alla lavorazione dell’acciaio.
Il nodo delle materie prime
Il termine del 25 ottobre pesa anche sulla gestione degli approvvigionamenti. Secondo Acciaierie d’Italia, gli ordini di materie prime che non fosse possibile trasformare entro quella data rischierebbero di rimanere inutilizzati nei magazzini, generando costi incompatibili con le condizioni dell’amministrazione straordinaria.
L’azienda esclude inoltre che l’acquisto di bramme, semilavorati d’acciaio utilizzabili nelle successive fasi di lavorazione, possa risolvere nell’immediato il problema. Tra l’ordine e la consegna possono trascorrere diversi mesi, mentre i materiali devono rispettare gli standard qualitativi richiesti dai clienti. I tempi di approvvigionamento e le caratteristiche delle forniture, secondo la società, non consentono dunque di sostituire rapidamente la produzione interna.
Il blocco dell’area a caldo di Taranto ha conseguenze dirette sugli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, privati della normale disponibilità di acciaio proveniente dal sito pugliese. La fermata assume così una dimensione industriale più ampia rispetto al singolo impianto: la continuità delle attività negli altri stabilimenti dipende anche dalla possibilità di ripristinare i flussi di materiale.
La Cassazione decide il 20 ottobre
L’udienza del 20 ottobre rappresenta il prossimo appuntamento per verificare se il quadro giudiziario potrà consentire una soluzione diversa dalla fermata. La data precede di cinque giorni la scadenza del termine del 25 ottobre e concentra sulla Suprema Corte le aspettative dell’amministrazione straordinaria.
Acciaierie d’Italia auspica una pronuncia “in grado di evitare la chiusura definitiva degli impianti”. La società non considera quindi conclusa la vicenda, ma lega le prospettive produttive all’esito del giudizio e alla possibilità di individuare condizioni compatibili con i vincoli imposti.
Resta da capire quale spazio operativo potrà aprirsi dopo la decisione della Cassazione e se ci saranno le condizioni per riavviare gli impianti. Nel frattempo, la fermata temporanea coinvolge Taranto e gli stabilimenti collegati, mentre l’amministrazione straordinaria deve gestire gli approvvigionamenti e i costi legati all’interruzione della produzione.

