C’è un rituale quasi consolatorio nella liturgia della sinistra, una grammatica visiva che si ripete identica a ogni passaggio cruciale della legislatura. È il rito della photo-opportunity, la ricerca spasmodica dell’inquadratura perfetta in cui i leader dell’opposizione sorridono, si abbracciano e proclamano un’unità tanto declamata sul palco quanto fragile nei corridoi.
L’ultimo atto di questa rappresentazione è andato in scena al Manifestival della Garbatella, con la consueta istantanea di gruppo: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Riccardo Magi. Eppure, la sostanza politica del quadro, ancora una volta, resta tutta da dipingere. La verità è che la nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza di governo ha brutalmente accelerato i tempi della politica, imponendo un dato di realtà che il centro-sinistra ha cercato a lungo di eludere: l’obbligo di indicare un candidato premier direttamente sulla scheda.
Di fronte a un vincolo normativo che richiede una scelta di campo netta e un’insegna comune, la coalizione si scopre ancora impantanata nel suo peccato originale: confondere la somma tattica dei marchi con la costruzione strategica di una visione di paese. Sul piano dei contenuti, il contrasto tra l’ansia di prestazione unitaria e la divergenza delle posture strategiche appare evidente.
Sulla politica estera e sull’Ucraina – discriminante fondamentale per qualsiasi forza che ambisca al governo di una grande democrazia occidentale – Schlein e Conte preferiscono evocare “sintesi” da trovare in lunghe notti di clausura, anziché prender atto che convivono nell’alleanza visioni strutturalmente difformi: dalle pulsioni disarmiste del Movimento 5 Stelle e di AVS con Bonelli e Fratoianni, fino all’atlantismo più fermo rivendicato dal Pd e da Magi per +Europa.
Si promettono programmi stilati in due settimane o entro la fine dell’anno, quasi a suggerire che la politica sia un esercizio di redazione tecnica piuttosto che un processo di condivisione di priorità ideali. Ma è sulla questione della leadership che il corto circuito mostra tutti i suoi limiti. L’ipotesi di ricorrere alle primarie non nasce da un contagio di entusiasmo partecipativo, ma si impone per sottrazione: è la soluzione di ripiego accettata da Schlein di fronte all’impossibilità di trovare un accordo preventivo e al fallimento delle opzioni terze.
Ma mentre Conte incassa la partita dei gazebo, gli alleati minori mettono subito le mani avanti, col monito di Fratoianni a chiarire che chiunque vincerà “guiderà ma non comanderà”. È qui che risiede il paradosso politico di questo laboratorio unitario: si cerca un leader per battere la destra, ma ci si preoccupa immediatamente di depotenziarne l’autorità per proteggere le singole rendite di posizione. Un centrosinistra che concepisce l’unità come una sommatoria di veti incrociati rischia di consegnare agli elettori l’immagine di una coalizione unita soltanto dalla necessità di comporre la scheda elettorale, lasciando aperta la solita, irrisolta domanda: oltre alla foto di gruppo dei suoi leader, qual è davvero l’idea di Italia che si vuole offrire al Paese? Staremo a vedere.

