Addio a Zhu Rongji, lo zar dell’economia cinese che portò Pechino nel Wto
È morto a 97 anni l’ex premier che guidò la transizione della Cina a potenza globale e smantellò l’industria di Stato.
Zhu Rongji
E’ morto alle 11.06 locali l’ex primo ministro cinese Zhu Rongji, 97 anni, artefice della grande ristrutturazione economica del Paese e dell’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001.
L’annuncio è giunto nel tardo pomeriggio con una nota congiunta dei vertici del Partito comunista, del Parlamento e del governo, che lo definiscono “combattente comunista fedele” e “straordinario dirigente dello Stato”. La nota ufficiale fissa l’età a 98 anni secondo il calcolo tradizionale cinese. Nelle stesse ore la formula di omaggio “onore eterno a Zhu Rongji” è salita ai vertici delle ricerche sulla piattaforma Baidu.
Nessuna indicazione è stata resa nota riguardo alla data dei funerali, all’allestimento della camera ardente o alla bandiera a mezz’asta. Un silenzio procedurale rilevante, considerata la statura del defunto. Nessun programma commemorativo è giunto neppure dall’Università Tsinghua, istituzione dove Zhu studiò ingegneria elettrica nel 1947 e fondò nel 1984 la School of Economics and Management.
Dalle epurazioni maoiste a Shanghai
Nato nel 1928 nel Hunan, Zhu visse la parabola dei quadri tecnici travolti dalla rigidità ideologica. Nel 1957, dopo un intervento di tre minuti critico verso la linea economica, venne bollato come “elemento di destra”, espulso dal Partito e inviato per cinque anni ai lavori agricoli durante la Rivoluzione culturale. Fu riabilitato solo nel 1978 con l’avvento di Deng Xiaoping.
La sua ascesa politica fu immediata grazie ai risultati gestionali ottenuti a Shanghai, di cui divenne sindaco nel 1988 e poi segretario del Partito. Nella metropoli costiera promosse la trasformazione del distretto agricolo di Pudong nel nuovo polo finanziario nazionale. Durante le proteste del 1989 mantenne l’ordine pubblico senza fare ricorso all’intervento militare, distinguendosi dalla linea dura adottata a Pechino.
Nel 1991 Deng lo volle nel governo centrale come vicepremier, prima dell’ingresso l’anno successivo nel Comitato permanente dell’Ufficio politico.
La stretta sul credito e il Fisco
Negli anni Novanta Zhu prese la guida della finanza nazionale, ricoprendo simultaneamente le cariche di vicepremier e governatore della Banca popolare cinese dal 1993 al 1995. Attraverso una severa stretta sul credito e sulla spesa pubblica riuscì a raffreddare un’economia surriscaldata, riportando sotto controllo un’inflazione che aveva raggiunto il picco del 27 per cento.
Nel 1994 introdusse la riforma fiscale che ricentralizzò il gettito nelle casse di Pechino, aumentando la capacità di spesa dello Stato centrale. La redistribuzione delle entrate costrinse tuttavia i governi locali ad affidarsi al debito e alla vendita dei diritti sui terreni. Questa dinamica avrebbe strutturato la successiva dipendenza degli enti locali dal settore immobiliare, rivelatasi un fattore di vulnerabilità decenni più tardi.
Il taglio delle imprese statali
Nominato primo ministro nel marzo 1998, Zhu gestì l’impatto della crisi finanziaria asiatica rifiutando la svalutazione del renminbi per preservare la stabilità di Hong Kong. In patria avviò la ristrutturazione del settore pubblico, chiudendo o fondendo le aziende minori inefficienti e concentrando le risorse statali sui grandi gruppi strategici.
L’operazione portò al licenziamento o al prepensionamento di decine di milioni di dipendenti pubblici, segnando il ridimensionamento del modello della “ciotola di riso di ferro” che garantiva impiego e assistenza a vita. A compensazione del taglio, l’amministrazione avviò la privatizzazione del patrimonio abitativo pubblico e definì un primo sistema di ammortizzatori sociali.
L’ingresso nel commercio globale
L’eredità principale della sua gestione resta l’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio, formalizzata l’11 dicembre 2001 dopo quindici anni di trattative. Nel 1999 Zhu aveva presentato a Washington un piano di aperture dei mercati cinesi, superando le resistenze interne dei settori industriali ed agricoli contrari alla concorrenza estera.
L’accordo garantì ai beni cinesi l’accesso diretto ai mercati internazionali a fronte del taglio dei dazi doganali e dell’apertura di vari comparti interni ai capitali stranieri. L’integrazione commerciale permise l’espansione manifatturiera della Cina nei due decenni successivi, pur esponendo il Paese alle successive vertenze commerciali con gli Stati Uniti.
Conosciuto per uno stile pragmatico e sbrigativo, Zhu lascia la scena politica dopo vent’anni di ritiro quasi totale, interrotto solo dal sostegno informale alle dirigenze successive.
