Cronaca

Al via il processo vaticano sull’immobile di Londra, cardinale Becciu imputato

Martedì 27 luglio si apre in Vaticano uno storico processo, che vede per la prima volta imputato un cardinale, per la compravendita-truffa di un immobile al centro di Londra, a Sloane avenue 60, Chelsea, con la colletta dei fedeli gestita dalla Segreteria di Stato. Dopo lunghi mesi di indagini, punteggiati da dimissioni e polemiche, lo scorso tre luglio il Presidente del Tribunale Vaticano, Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma e grande esperto di mafie, ha rinviato a giudizio dieci persone. Si tratta del cardinale Angelo Becciu, Sostituto agli affari generali della Segreteria di Stato all`epoca in cui venne deciso l`investimento, il suo ex segretario, monsignor Mauro Carlino, Fabrizio Tirabassi, il laico che gestiva la cassa della Segreteria di Stato, gli ex vertici dell`authority finanziaria per l`antiriciclaggio, René Bruelhart e Tommaso di Ruzza, e poi – esterni al Vaticano – Cecilia Marogna, sedicente agente segreto di fiducia di Becciu, il banchiere Enrico Crasso, che per lunghi anni ha gestito gli investimenti vaticani tramite il Credite Suisse, l`avvocato d`affari Nicola Squillace, il broker Gianluigi Torzi, nel frattempo arrestato dalla Guardia di finanza di Roma e accusato dallo Stato pontificio di tentata estorsione, e Raffaele Mincione, il finanziere attorno al quale ruota l`intera vicenda.

I diversi reati contestati, a vario titolo ai vari imputati, sono truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, abuso d`ufficio, estorsione, corruzione, appropriazione indebita, peculato. La richiesta di citazione a giudizio è firmata dall`Ufficio del Promotore di Giustizia, ossia la Procura, nelle persone del Promotore Gian Piero Milano, dell`Aggiunto Alessandro Diddi, avvocato al foro di Roma, e dell`Applicato Gianluca Perone. L`acquisto dell`edificio di Sloane avenue, fu avviato, tramite una rete di finanzieri e consulenti, all`epoca in cui Sostituto agli Affari generali era Angelo Becciu, nel 2014. Si trattava di un investimento immobiliare che avrebbe dovuto far fruttare i fondi gestiti allora dalla Segreteria di Stato ed ha invece generato una ‘enorme voragine’ alle casse vaticane, nonché un significativo danno reputazionale, scrivono gli inquirenti. Mentre già oggi non c`è dubbio che truffa c`è stata, chi ha truffato e chi è stato truffato è uno dei problemi che i magistrati inquirenti vaticani hanno cercato di districare e quelli giudicanti dovranno appurare.

A quanto ricostruito dalle indagini, Becciu, nunzio apostolico in Angola e poi a Cuba, nel 2011 fu nominato da Benedetto XVI ai vertici della Segreteria di Stato al fianco del cardinale Tarcisio Bertone, e nel 2013 valutò di investire i fondi a disposizione in un affare petrolifero proprio nel paese africano. A tal fine coinvolse Enrico Crasso, allora funzionario del Credit Suisse e storico investitore per il Vaticano, il quale, a sua volta, coinvolse il finanziere Raffaele Mincione. Il quale, dapprima favorevole all`investimento nel petrolio angolano, propose poi alla Segreteria di Stato un affare apparentemente più sicuro e remunerativo: l`acquisto, dilazionato nel tempo, di un immobile da lui precedentemente acquistato al centro di Londra, a Sloane avenue 60, un edificio che ha ospitato in passato i magazzini di Harrods ed ospita ora appartamenti ed uffici. A coadiuvare Becciu nell`affare, monsignor Alberto Perlasca, allora a capo dell`ufficio finanziario della Segreteria di Stato, e un dipendente laico della stessa, Fabrizio Tirabassi. Dalle carte emerge che monsignor Perlasca, che non è imputato, ad un certo punto delle indagini a cominciato a collaborare con gli inquirenti. Secondo la pubblica accusa, Mincione e i suoi soci, attraverso una serie di complicati meccanismi finanziari, drenano le risorse alla Segreteria di Stato. Alla fine – è la stima di monsignor Nunzio Galantino, presidente dell`Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) – il Vaticano ha perso una cifra che oscilla tra i 73 e i 166 milioni di euro. Una ‘enorme voragine nei conti dello Stato causata da funzionari della Segreteria di Stato con la complicità di soggetti esterni alla stessa’, secondo gli inquirenti.

Sono svariate le cause di una simile perdita nella ricostruzione dell`ufficio del Promotore di giustizia. Innanzitutto sin dall`inizio il valore dell`immobile è sopravvalutato rispetto al valore di mercato. In secondo luogo anziché investire direttamente nell`immobile, la Segreteria di Stato accende presso il Credit Suisse di Lugano – offrendo in garanzia i propri fondi – un debito di 200 milioni di dollari, pari a 166 milioni di euro, e li investe nell`Athena Global Opportunities di Raffaele Mincione, che a quel punto gode di una notevole autonomia. In terzo luogo lo stesso Mincione usa una parte di questo denaro (pari al 45%) per l`acquisto dell`immobile, un`altra parte (pari al 55%) per investimenti mobiliari più o meno riusciti che, ha scritto Vatican News, erano ‘in contrasto con le istruzioni della Segreteria di Stato’ (l`acquisizione di società, la sottoscrizione di Bond emessi da società dello stesso Mincione, l`acquisizione di quote societarie di società del settore tecnologico quotate in Borsa e anche l`acquisizione di azioni di Banca Carige e Popolare di Milano). Sull`acquisto dell`immobile, inoltre, già gravava in realtà un mutuo con Deutsche Bank, al quale subentra, a un certo punto, un mutuo, estremamente esoso, presso un`altra entità, Cheque, che, è il sospetto degli investigatori, a sua volta era riconducibile a Mincione. Un ulteriore danno alle casse della Segreteria di Stato arriva al momento in cui il Vaticano cerca di sganciarsi da Mincione.

Gli inquirenti scrivono che a settembre del 2018, quando Becciu è passato, cardinale, alla congregazione per le Cause dei santi, il papa richiede all`ufficio del Revisore generale una ‘revisione’ sulla Segreteria di Stato ‘propedeutica all`insediamento del nuovo Sostituto’, il monsignore venezuelano Edgar Pena Parra. Al successore di Becciu giunge notizia che il valore dell`investimento nel fondo Athena si è deprezzato, gli altri investimenti hanno registrato perdite, e decide di rilevare il 100% dell`immobile e cedere le quote della società di Mincione. Per finalizzare l`acquisto, e chiudere l`intricata vicenda, tenta di coinvolgere lo Ior (Istituto per le opere di religione). Con modalità che, però, destarono sospetti. La stessa ‘banca vaticana’, infatti, non avendo ricevuto le dovute spiegazioni, sporge denuncia all`ufficio del Revisore generale e alla magistratura vaticana. E`, questa la conseguenza delle nuove normative introdotte dal papa in materia finanziaria. Da un`indagine interna, cioè, è non, ad esempio, da una inchiesta della magistratura italiana che cerca, tramite rogatoria, di fare luce su oscure trame oltretevere, come più volte avvenuto in passato. E` il motivo per il quale, Francesco in persona ha avuto a notare che ‘è la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori’.

Mincione, in una intervista al Corriere della Sera del 13 ottobre dell`anno scorso, faceva questi calcoli: ‘Hanno messo 147 milioni nel 2014 e ora ci hanno dato 44 milioni. C`è un mutuo di 130 milioni. Tutto il palazzo dunque è costato 320 milioni di euro, cioè 287 di sterline’. Poi a causa della Brexit e ora del coronavirus il prezzo sarebbe calato. Ricostruzione diversa viene data dal Palazzo apostolico. L`immobile, ha scritto la scorsa estate Vatican News, ‘era stato acquistato da una società di Mincione nel dicembre 2012 ad un valore di 129 milioni di sterline’, e su di esso ‘gravava un mutuo molto oneroso pari a 125 milioni di sterline’. Proprio per rifinanziare l`oneroso mutuo – che sarebbe peraltro frutto di un`ennesima sovrastima artificiale dell`immobile – la Segreteria di Stato avrebbe chiesto allo Ior, nel gennaio 2019, un anticipo di 150 milioni, all`origine delle indagini. Alla fine, ad ogni modo, il Vaticano riesce a sganciarsi da Mincione, ma con ulteriori perdite. Gli inquirenti, infatti, ricostruiscono che la Segreteria di Stato paga un consistente conguaglio di 44 milioni a Mincione, e lo fa affidandosi al broker Gianluigi Torzi. Il quale, secondo la pubblica accusa, era in realtà legato a Mincione. E, comunque, tramite un escamotage, riesce con la sua società Gutt Sa a mantenere il controllo dell`investimento, che cede solo dietro compenso di altri 15 milioni di euro. Motivo per il quale il Vaticano, nell`estate dell`anno scorso, lo ha detenuto per alcuni giorni, accusandolo di tentata estorsione.

A fine marzo – prima che la procura di Roma ne disponesse l`arresto con l`accusa di emissione e annotazione di fatture per operazioni inesistenti e autoriciclaggio – il giudice Tony Baumgartner, della corte di Southwark, aveva però scongelato i fondi di Torzi, affermando che sia Pena Parra che il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin avevano dato il loro assenso alla trattativa di Torzi. Una testata conservatrice statunitense, The Pillar, aveva peraltro scritto in quell`occasione che nella sentenza il giudice aveva riferito che Torzi aveva anche accusato Fabrizio Tirabassi di aver ‘ricattato’ diversi alti prelati. Quel che è certo è che ora il Vaticano ha messo sul mercato il palazzo di Londra. L`ufficio del Promotore di giustizia, peraltro, sottolinea che già nel 2013 attorno alla figura di Mincione giravano voci che avrebbero dovuto allertare i piani alti della Segreteria di Stato, in particolare per la sua controversa gestione dei fondi Enasarco – viene citato anche un post sul blog di Beppe Grillo – tanto più che un articolo del Mondo sulla vicenda è stato trovato in una cartellina sequestrata dai magistrati vaticani e sulla sua persona vi era anche stata una previa indagine della gendarmeria. La vicenda ‘opaca’ dell`immobile di Sloane Avenue (copyright del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin: la Segreteria di Stato si è costituita parte civile), ha mostrato, come ha detto il papa, che c`è stata ‘corruzione’. Ma per tentare esattamente di ricostruire ruoli e movimenti finanziari sono stati necessari mesi di indagini.

Mesi durante i quali, però, sono già accadute molte cose. Innanzitutto sono cadute molte teste. Senza grandi spiegazioni da parte vaticana, cinque dipendenti (Tommaso Di Ruzza, direttore dell`Aif, monsignor Mauro Carlino, e tre dipendenti in Segreteria di Stato: Fabrizio Tirabassi, Vincenzo Mauriello e Caterina Sansone) sono stati dapprima sospesi, poi – lo ha raccontato il Messaggero – licenziati. Dopo una fuga di notizie sulla loro sospensione, raccontata dall`Espresso, si è dimesso il comandante della Gendarmeria vaticana Domenico Giani. Poi, come ha scritto Avvenire, anche Perlasca è stato rinviato alla sua diocesi di origine, a Como. Bruehlart, a capo dell`authority anticiciclaggio, ha terminato il suo mandato. Ma il caso più eclatante è stato senz`altro la decisione del papa, il 24 settembre del 2020, di licenziare Angelo Becciu, nel frattempo prefetto della congregazione per le Cause dei santi, togliendogli altresì i diritti legati al cardinalato. Lo scorso giovedì santo, quando è solito celebrare la messa ‘in coena Domini’ nelle carceri o in altri luoghi della sofferenza, il papa è andato a celebrare nella cappella della residenza del suo antico collaboratore – mossa interpretata dall`entourage di Becciu come una riabilitazione – ma da quel 24 settembre 2020, di fatto, il porporato focolarino non è stato reintegrato nelle sue funzioni. Francesco – ed è una seconda decisione presa dal papa in questi mesi – ha anzi modificato l`ordinamento giudiziario vaticano per far sì che anche i cardinali e i vescovi possano essere processati dal tribunale vaticano. Fino al motu proprio dello scorso 30 aprile, anche se rinviati a giudizio comparivano davanti alla Corte di Cassazione presieduta da un porporato parigrado.

In precedenza, ad agosto, il papa aveva disposto, con una lettera al cardinale Parolin, che la cassa gestita autonomamente dalla Segreteria di Stato passasse sotto l`Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa). La Segreteria di Stato ha infatti gestito sino ad allora in autonomia due fondi, l`Obolo di San Pietro (pari al 6% del bilancio vaticano complessivo) e un`altra cassa di Fondi Intitolati che fu creata da Paolo VI per gestire con discrezionalità le eventuali emergenze, pari al 3% del budget totale. Il primo a denunciare l`esistenza di un fondo fuori controllo gestito autonomamente dalla Segreteria di Stato fu, anni fa, il cardinale George Pell, all`epoca prefetto della Segreteria per l`Economia. Ora Francesco ha deciso di dare un taglio netto, e privare la Segreteria di Stato della sua cassa.
Essa, ha spiegato il papa, ‘è senza ombra di dubbio il Dicastero che sostiene più da vicino e direttamente l`azione’ del pontefice ‘nella sua missione, rappresentando un punto di riferimento essenziale nella vita della Curia e dei Dicasteri che ne fanno parte. Non sembra, però, necessario, né opportuno che la Segreteria di Stato debba eseguire tutte le funzioni che sono già attribuite ad altri Dicasteri. E` preferibile, quindi, che anche in materia economica e finanziaria si attui il principio di sussidiarietà, fermo restando il ruolo specifico della Segreteria di Stato e il compito indispensabile che essa svolge’. Nel corso delle indagini, intanto, è spuntato un altro personaggio, Cecilia Marogna. La sua vicenda non rientra nell’immobile di Londra ma è confluita nel processo, insieme ad altre pendenze contestate al cardinale Becciu.

Nei mesi scorsi arrestate e poi rilasciata dalla Guardia di finanza di Milano, su richiesta della magistratura vaticana, la donna, in diverse interviste, si è presentata come un agente dei servizi segreti italiani cooptata da Becciu per operazioni di sicurezza in giro per il mondo. ‘Rivendico il risultato di aver costruito una rete di relazioni in Africa e Medio Oriente per proteggere Nunziature e Missioni da rischi ambientali e da cellule terroristiche’, ha detto al Corriere della sera. ‘Ho aperto la società in Slovenia per motivi geopolitici: pensavo che la prossima polveriera sarebbe stata quella dei Balcani. E per incrementare rapporti con Paesi come Georgia, Ucraina, Serbia, Bosnia, Slovenia. La mia società Logsic è specializzata in operazioni umanitarie’. La donna ha confermato di aver ricevuto un versamento di 500mila euro dalla Segreteria di Stato all` epoca in cui Becciu era Sostituto agli affari generali, ossia numero due dopo il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin: ‘Una grossa parte dei 500 mila euro era quella rimasta su un conto poi chiuso per mancata movimentazione. I conti erano due, appoggiati sulla Unicredit di Lubjana’. L` avvocato del cardinale Becciu, Fabio Viglione, ha precisato che ‘i contatti con Cecilia Marogna attengono esclusivamente questioni istituzionali’. I protagonisti della intricata vicenda sono dunque molti. Il loro numero, nonché le misure di distanziamento necessarie per la pandemia, hanno indotto i giudici ad adattare ad aula delle udienze una sala dei Musei Vaticani, più spaziosa di quella solitamente utilizzata nel tribunale, e configurano quello che si apre prima della pausa estiva come un ‘maxi-processo’. Che prevedibilmente scuoterà in profondità il Vaticano, e già lo ha cambiato prima ancora di iniziare. askanews

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