Cronaca

Ancora proteste e arresti in Bielorussia. Lukashenko incontrerà Putin

A più di un mese dalle contestatissime elezioni presidenziali, in Bielorussia continuano le proteste e gli arresti. Oggi altre 250 persone sono finite in manette nel corso delle proteste dell’opposizione a Minsk. Gli arresti, ha fatto sapere il ministero dell’Interno, sono avvenuti “in vari quartieri della capitale” e hanno riguardato persone che issavano bandiere e cartelli “offensivi”. Nel corso della giornata una folla di manifestanti con la bandiera bianca e rossa dell’opposizione hanno attraversato la piazza dell’Indipendenza, scortati dalle forze di sicurezza che hanno cercato di bloccarli all’ingresso del Viale dei Vincitori.

Decine di manifestanti hanno ignorato l’ordine di disperdersi e molti sono stati bloccati e arrestati. Secondo il ministero dell’Interno nell’intero Paese ieri sono stati arrestati altri 114 manifestanti. Le proteste vanno avanti da 36 giorni consecutivi, dal 9 agosto esattamente, dopo l’annuncio della riconferma di Alexander Lukashenko alla presidenza, dopo 26 anni al potere, in elezioni che l’opposizione giudica truccate. Intanto domani Lukashenko incontrerà a Sochi, in Russia, il capo del Cremlino, Vladimir Putin. I rapporti tra i due leader, paradossalmente, si sono rafforzati grazie proprio alla rivoluzione civile in corso in Bielorussia. Rapporti, quelli tra Lukashenko e Putin che, negli ultimi mesi, erano stati sul punto di rompersi più volte per le diatribe sulle forniture del gas e gli ammiccamenti di Minsk a Washington.

E’ noto, i due non si amano ma oggi più che mai hanno bisogno l’uno dell’altro. Il problema principale è che questa dipendenza è evidente anche a una popolazione in linea di principio non animata da sentimenti anti-russi ma tuttavia cosciente che l’intervento di Mosca è il maggior ostacolo alla caduta del regime in casa propria. Il risveglio di un sentimento nazionale tra i bielorussi è figlio di questa consapevolezza: se la lotta per la libertà non coinciderà con una reale indipendenza nazionale, la battaglia non si potrà considerare vinta. Se Mosca rappresentasse un modello democratico a cui ispirarsi, la rivoluzione si sarebbe già compiuta. La realtà, però, è un’altra e a una nazione stanca di una dittatura che, salvo una breve parentesi tra il 1991 e il 1994, dura ininterrottamente da quasi cent’anni (prima l’URSS, poi Lukashenko) non resta che sperare nell’appoggio morale e politico dell’Unione europea che, per il momento, rifiuta di sanzionare Lukashenko, sperando di mantenere aperto un non meglio precisato “canale di dialogo”.

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