Angeli al Teatro Biondo di Palermo: dove la parola di Rilke diventa immagine

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Angeli in biblioteca ph © Rosellina Garbo

Il debutto di Angeli in biblioteca, previsto per giovedì ventisei febbraio alle ore ventuno presso la Sala Strehler del Teatro Biondo di Palermo, non è soltanto un appuntamento in calendario. Rappresenta, al contrario, il punto di caduta di un percorso pedagogico che trasforma l’aula in spazio pubblico. La regia di Claudio Collovà guida diciassette interpreti della “Scuola di recitazione e professioni della scena” in un esercizio che rifugge il protagonismo individuale per abbracciare la dimensione corale. È un’operazione di rigore critico, dove il testo diventa pretesto per una riflessione più ampia sul ruolo dell’attore nella società contemporanea. La scelta della Sala Strehler, spazio deputato alla ricerca, sottolinea la volontà di non cercare il facile consenso, ma di interrogare lo spettatore attraverso una recitazione che sia, prima di tutto, presenza fisica e intellettuale.

L’armonia tra spazio e visione

Il quadro d’insieme si arricchisce grazie alla collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Non si tratta di un semplice contributo tecnico, ma di una vera integrazione tra visioni differenti. Sotto la guida di docenti esperti, gli allievi hanno dato forma a scene, costumi e luci, costruendo un apparato estetico coerente con la poetica di Collovà. Sarah Radicello, Francesco Troia, Luana Trupiano e Alessia Zappulla firmano un impianto visivo che dialoga con i tagli luminosi di Elena Madia e le vesti curate da Andrea Amato ed Elisabetta Arnone. In questo contesto, l’opera d’arte totale cessa di essere una suggestione teorica per farsi materia concreta, polvere di palcoscenico e sudore. La coreografia di Alessandra Luberti e il canto di Serena Ganci completano un dispositivo scenico che richiede agli interpreti una disciplina ferrea, lontana dalle lusinghe della dilettanza.

La formazione diviene pratica reale

Il Teatro Biondo, con questa iniziativa, riafferma la propria funzione di centro di produzione e di studio. Coniugare la formazione con la pratica della scena è l’unico antidoto alla decadenza dei linguaggi performativi. Vedere nomi come Bruno, Buscemi, Candiloro e gli altri compagni di corso misurarsi con la platea significa osservare il passaggio dalla teoria alla professione. È un atto di fiducia nelle nuove generazioni, ma anche un richiamo alla responsabilità: il teatro si fa insieme o non si fa affatto. In un’epoca di frammentazione, la coralità di questo spettacolo offre un segnale di coesione necessario, dove il singolo scompare per dare vita a una voce collettiva, capace di abitare la biblioteca della memoria e restituirla viva, pulsante, al presente della città.