Cultura e Spettacolo

Bedi abbraccia Yaman sul palco dell’Ariston: il testimone passa tra due Sandokan

Sul palco del teatro Ariston, nella serata del Festival di Sanremo condotta da Carlo Conti, è accaduto qualcosa di raro nella televisione italiana: un atto di riconoscimento autentico tra due interpreti dello stesso personaggio, separati da cinquant’anni di storia e da un oceano di cultura. Kabir Bedi, l’attore indiano che negli anni Settanta trasformò Sandokan in un’icona del piccolo schermo europeo, ha stretto la mano e abbracciato Can Yaman, il turco scelto per portare in scena la nuova versione della tigre della Malesia. Un incontro breve, nelle forme. Denso, nella sostanza.

Il gesto non era casuale né improvvisato. Conti lo aveva annunciato, la regia lo aveva preparato, il pubblico lo attendeva. Eppure, nella sua esecuzione, ha conservato una qualità difficile da costruire a tavolino: la misura. Nessun eccesso, nessuna cerimonia gonfiata. Bedi ha parlato con la precisione di chi sa pesare le parole: “Congratulazioni per il successo del tuo Sandokan, sono felice per te, hai recitato molto bene”. Una frase senza ornamenti. Un giudizio, non una lusinga.

Il peso di un personaggio collettivo

Ciò che rende rilevante l’episodio non è il folklore del Festival, ma il quadro culturale in cui si inserisce. Sandokan non è un prodotto qualsiasi della narrativa popolare italiana. È un personaggio nato dalla penna di Emilio Salgari alla fine dell’Ottocento, sopravvissuto alle trasformazioni del gusto, entrato stabilmente nell’immaginario nazionale. Quando Bedi lo interpretò nella serie del 1976, la tigre della Malesia divenne qualcosa di più di un personaggio televisivo: un riferimento condiviso da generazioni, un codice di riconoscimento trasversale. Riportarlo in scena oggi non è un’operazione neutra, e Bedi lo sa bene.

“Essere Sandokan è una responsabilità”, ha detto l’attore indiano. “Siamo fortunati a interpretarlo. È un personaggio importante nella cultura italiana, da Salgari, e tu sei un degno successore.” La formula scelta è quella della staffetta, non della sostituzione. Una distinzione che non è retorica: scarica l’operazione da qualsiasi logica di rivalità e la reincornicia come continuità. La gente, ha aggiunto Bedi, “non ci ammira solo per l’interpretazione, ma per tutto quello che Sandokan rappresenta”. Un riconoscimento che va al di là della recitazione, e tocca la funzione simbolica del personaggio.

Yaman, dal canto suo, ha scelto la sobrietà. “Sono venuto per Sandokan in Italia”, ha detto, ricordando che le riprese slittarono a lungo e che nel frattempo si era preparato guardando la serie originale. Una dichiarazione che vale più di molte interviste elaborate: c’è rispetto per il materiale di partenza, consapevolezza del debito contratto con chi lo ha preceduto.

Generazioni e narrazioni: il confronto inevitabile

L’incontro ha aperto, quasi involontariamente, una riflessione sulla natura dell’adattamento. Bedi non ha nascosto le differenze tra le due versioni: “La nuova storia è diversa, la sceneggiatura è creativa, è stato affascinante vedere come hanno cambiato le storie di tutti i personaggi”. Ha ammesso di preferire la storia d’amore del suo Sandokan, ma ha giudicato il rifacimento “comunque interessante”. Un apprezzamento ponderato, non entusiasta per convenienza.

È esattamente questo tono a rendere la serata memorabile. In un contesto — il Festival di Sanremo — strutturalmente orientato all’amplificazione emotiva, alla battuta calibrata per il ritaglio sui giornali del mattino, alla scena costruita per l’applauso, Bedi ha portato qualcosa di diverso: la misura di chi ha già dato, ha già ricevuto, e non ha bisogno di nulla da dimostrare. Il confronto tra le due stagioni dello stesso personaggio è rimasto aperto, senza verdetti affrettati. Ogni generazione, ha osservato l’attore indiano, “vuole raccontare le storie classiche a modo suo”. Una constatazione, non una sentenza.

Laura Pausini ha commentato l’immagine del bacio sulla mano offerto da Bedi a Yaman con una riflessione che, nella sua semplicità, ha centrato il senso della scena: “In un momento in cui ci sono le guerre, è importante vedere questi gesti d’amore”. Una lettura che, senza forzare la metafora, coglie qualcosa di reale. Due uomini di culture diverse, legati da un personaggio di finzione nato in Italia, che si riconoscono pubblicamente: il gesto ha una carica simbolica che travalica il contesto televisivo in cui è maturato.

La serata si è chiusa con la battuta di Pausini su un ipotetico terzo Sandokan interpretato da Conti — “Carlocan” — accompagnata da un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che ritraeva il conduttore nelle vesti della tigre della Malesia. Un finale leggero, coerente con il registro del Festival. Ma la sostanza della serata era già stata scritta prima: in un abbraccio, in poche frasi, in un passaggio di consegne che la televisione italiana raramente riesce a compiere con questa naturalezza.

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Redazione