APERTURA

Board of Peace, Trump convoca il mondo per ricostruire Gaza e l’Europa guarda dalla finestra

Cinque miliardi di dollari e migliaia di unità di personale militare e di polizia locale. Sono le cifre annunciate ieri da Donald Trump sul canale Truth per gli sforzi umanitari e di ricostruzione a Gaza. Il Board of Peace, organismo temporaneo internazionale istituito per supervisionare l’attuazione del piano americano sulla Striscia, si riunirà giovedì 19 febbraio a Washington per la prima seduta. L’incontro si articolerà su due sessioni: la riunione formale del Board, che potrebbe portare all’adozione di una risoluzione, e un punto di situazione operativo sulla condizione del territorio palestinese. In questa seconda fase saranno discussi la tenuta della tregua, le prospettive della Forza di Stabilizzazione e i contributi necessari alla ricostruzione di un’area devastata da mesi di conflitto.

Tra gli obiettivi dichiarati: raccogliere sostegno anche finanziario, definire i contorni della forza di stabilizzazione e tracciare un’intesa di massima sul quadro di riferimento per la ricostruzione. L’architettura di governance dell’organismo presenta però uno sbilanciamento evidente a favore del presidente, lo stesso Trump, che riveste il ruolo di chairman con poteri decisionali preminenti. Questo assetto ha sollevato dubbi di compatibilità costituzionale in diversi Stati europei, che si sono trovati di fronte alla scelta tra partecipazione e rispetto dei princìpi fondamentali delle proprie Carte.

L’articolo 11 blocca l’adesione italiana

Per l’Italia, insieme a tutti i partner europei a eccezione di Bulgaria e Ungheria, l’adesione al Board of Peace avrebbe generato un potenziale profilo di incompatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. La norma ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Consente la partecipazione italiana a organismi multilaterali solo quando questi garantiscano condizioni di parità tra gli Stati e limitazioni di sovranità reciproche. La concentrazione di potere nelle mani del presidente americano, senza meccanismi di bilanciamento tra i membri, ha reso impossibile per Roma entrare formalmente nell’organismo.

La scelta di astenersi è stata condivisa dalla quasi totalità dei governi dell’Unione Europea, che hanno valutato la struttura del Board incompatibile con i princìpi di multilateralismo paritario su cui si fonda la politica estera comune. Si tratta di un passaggio delicato nei rapporti transatlantici: Washington ha costruito un’architettura di intervento su misura, ma l’Europa ha opposto vincoli costituzionali che limitano la possibilità di aderire a strutture di governance squilibrate. Il risultato è una frattura tra Stati Uniti e gran parte dei suoi alleati storici, con poche eccezioni nell’Europa orientale.

Meloni invitata come osservatrice

Nonostante l’esclusione dalla membership, Trump ha offerto ad alcuni Stati non membri la possibilità di partecipare come osservatori. Tra questi figura anche l’Italia. L’invito rivolto al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è motivato dal “costante impegno dimostrato dal Paese per la pace, la stabilità e la cooperazione internazionale”, secondo la formula ufficiale diffusa dalla Casa Bianca. Il livello di partecipazione italiana deve ancora essere determinato e annunciato. Fonti vicine al governo indicano che la decisione sarà comunicata nei prossimi giorni, dopo una valutazione degli spazi di manovra diplomatica consentiti dallo status di osservatore.

Secondo quanto si è appreso, gli osservatori non avranno facoltà di intervenire direttamente durante i lavori ufficiali del Board. Potranno però partecipare attivamente alle discussioni a margine dell’evento e condividere in anticipo con gli organizzatori eventuali contributi nazionali da valorizzare durante l’incontro di Washington. Si tratta di un ruolo ibrido, che consente agli Stati esclusi di mantenere una presenza simbolica e di far pervenire posizioni e proposte senza però godere di alcun potere decisionale. Gli osservatori non voteranno l’eventuale progetto di risoluzione del Board of Peace, previsto al termine della riunione. La risoluzione, qualora adottata, sarà vincolante solo per i membri effettivi dell’organismo.

Presenza simbolica o margine di iniziativa

Per l’Italia, la partecipazione come osservatrice rappresenta un equilibrio delicato tra esigenze costituzionali e interessi geopolitici. Da un lato, Roma intende preservare il proprio ruolo di interlocutore credibile nel Mediterraneo orientale e nei processi di stabilizzazione del Medio Oriente. Dall’altro, non può ignorare i vincoli posti dalla Carta costituzionale, che limitano la partecipazione a strutture di governance squilibrate. La formula dell’osservatore consente al governo italiano di mantenere aperto un canale di dialogo con l’amministrazione americana senza compromettere i princìpi costituzionali.

Resta da verificare se questo status permetterà a Roma di esercitare un’influenza concreta sulle scelte operative riguardanti Gaza, o se si tradurrà in una presenza puramente formale, priva di incidenza sulle decisioni finali. La possibilità di condividere contributi nazionali in anticipo con gli organizzatori lascia spazio a un margine di iniziativa diplomatica, ma l’assenza di diritto di voto sulla risoluzione finale limita pesantemente la capacità di incidere sugli esiti dell’incontro. Per il governo Meloni si profila una partecipazione cauta, attenta a non compromettere i rapporti con Washington ma consapevole dei limiti imposti dallo status di osservatore.

Pubblicato da
Eleonora Fabbri