Caso Pizzaballa, l’asse inatteso: Italia e Francia unite nella condanna di Tel Aviv

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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa

C’è un episodio, oggi, che vale più di mille dichiarazioni diplomatiche. E non perché Giorgia Meloni abbia alzato la voce contro Israele — cosa già di per sé significativa, considerando i rapporti storicamente cordiali tra il governo di centrodestra italiano e Tel Aviv — ma perché la scena che si è consumata stamattina nei vicoli della Città Vecchia ha una forza simbolica capace di penetrare dove la politica fatica ad arrivare: nella coscienza religiosa di masse di credenti su scala planetaria.

Il fatto

La polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme. I due sono stati fermati lungo il percorso mentre procedevano in forma privata, senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale, e sono stati costretti a tornare indietro.

Il Patriarcato latino e la Custodia di Terra Santa lo hanno definito “la prima volta da secoli” che ai capi della Chiesa veniva impedito di celebrare la Messa delle Palme nel Santo Sepolcro, denunciando “un grave precedente” che ignora “la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo”.

La versione israeliana — la polizia ha parlato di “particolari preoccupazioni per la sicurezza” di Pizzaballa e del suo seguito, precisando che “non vi era alcuna intenzione malevola” — suona come una giustificazione fragile, quasi grottesca: il Patriarca si muoveva in forma privata, senza corteo, nella sua città, verso la chiesa che è il cuore del cristianesimo mondiale.

La reazione italiana: compatta e insolita

La nota di Palazzo Chigi è ferma. Meloni ha usato la parola “offesa” — non “preoccupazione”, non “rammarico” — e ha telefonato personalmente a Pizzaballa. Il ministro degli Esteri Tajani ha definito il blocco “inaccettabile” e ha dato istruzione all’ambasciatore italiano a Tel Aviv di esprimere “sdegno”, convocando per domani al ministero l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti.

Salvini ha parlato di episodio “inaccettabile e offensivo”, apprezzando “la posizione chiara e inequivocabile del governo”; il ministro Crosetto lo ha definito “grave e profondamente preoccupante”. Una compattezza rara, e politicamente rilevante. Il centrodestra italiano non ama dissentire da Israele — e lo sa. Eppure oggi lo fa, a voce alta, e in coro.

Il contesto e la posta in gioco

Il Patriarcato aveva già annunciato la cancellazione della tradizionale processione delle Palme dal Monte degli Ulivi verso Gerusalemme, che attira normalmente migliaia di fedeli. La Chiesa aveva già ceduto, già rinunciato. Il blocco al Patriarca che si muoveva in forma privata non è dunque un eccesso di prudenza: è un atto di forza simbolica, deliberato o meno che sia.

Anche il presidente francese Macron ha condannato la decisione. La convergenza italo-francese su questo punto è significativa: segnala che l’episodio ha una capacità di coagulare indignazione trasversale che va ben oltre i consueti schieramenti sul conflitto mediorientale.

La lettura politica

Siamo alla Settimana Santa del 2026, con la guerra a Gaza ormai dentro il suo terzo anno, lo status quo di Gerusalemme sotto pressione costante e le chiese cristiane della Città Vecchia progressivamente svuotate. Il Patriarcato ha ricordato che in tutto questo tempo i capi delle Chiese hanno sempre rispettato le prescrizioni israeliane, cancellando eventi pubblici e adattando le celebrazioni. La disponibilità alla cooperazione non ha prodotto reciprocità.

Meloni sa che la sua base elettorale — e una parte non irrilevante del suo immaginario politico-culturale — è profondamente sensibile a questo tipo di ferita. Parlare di “libertà religiosa” e di “sacralità dei luoghi cristiani” non è per lei retorica di circostanza: è un terreno identitario. Ma è anche, oggi, un terreno diplomaticamente scomodo, perché costringe Roma a una presa di distanza pubblica da Tel Aviv in un momento in cui le relazioni con Israele restano geopoliticamente delicate.

L’episodio del Santo Sepolcro non cambierà le alleanze. Ma lascia un segno. E in politica estera, i segni — specie quelli impressi davanti a miliardi di fedeli in una domenica di Passione — hanno una durata che i comunicati stampa non sempre riescono a cancellare.