Federico Cafiero de Raho
Il procuratore che diventa parlamentare. Il vigilante che finisce per vigilare su se stesso. Il garante che, improvvisamente, ha bisogno di essere garantito. Il caso Striano non è un incidente isolato: è l’innesco di un cortocircuito istituzionale che ha un nome e un cognome, quello di Federico Cafiero De Raho. Quando esplode l’inchiesta sugli accessi abusivi alle banche dati – migliaia di consultazioni illegittime, dossieraggi sistematici, informazioni riservate trasformate in strumenti di pressione – De Raho è Procuratore nazionale antimafia. È sotto la sua direzione che opera Pasquale Striano, luogotenente della Guardia di Finanza in servizio presso l’ufficio SOS, epicentro del caso. Ed è da lì che prende forma quello che l’allora procuratore Raffaele Cantone definirà senza mezzi termini un “verminaio”.
Oggi, lo stesso De Raho siede nella Commissione parlamentare antimafia chiamata a fare piena luce proprio sul caso Striano. Non si tratta di un conflitto di interessi in senso tecnico, ma di qualcosa di più profondo e lacerante: un corto circuito istituzionale che mina alla radice il principio di terzietà. La gestione dell’ufficio SOS durante il suo mandato solleva interrogativi che restano senza risposta. Sotto la direzione del Procuratore nazionale, Striano avrebbe agito con una libertà operativa difficilmente compatibile con qualsiasi sistema di controllo interno. E quando l’ex sostituto procuratore Antonio Laudati dichiara di aver operato “sotto il pieno controllo” di De Raho, il quadro si restringe fino a diventare ineludibile: o quel controllo esisteva, e allora implica consapevolezza; oppure non esisteva, e allora si profila una grave inadempienza. Non esiste una terza ipotesi.
A questa alternativa, De Raho ha opposto la linea dell’oblio. Sessantadue pagine di interrogatorio scandite da “non ricordo” e “lo escludo”, una sequenza di amnesie che restituisce l’immagine di un vertice formalmente responsabile ma sostanzialmente ignaro. Il punto non è stabilire qui eventuali responsabilità penali: quello è compito dei giudici. Il punto è un altro, ed è eminentemente politico e istituzionale. Può chi ha diretto l’ufficio da cui nasce il caso Striano sedere oggi nell’organismo che deve accertarne cause e responsabilità? Può la Commissione antimafia essere credibile se uno dei suoi membri è, almeno sul piano politico e istituzionale, parte della vicenda che indaga?
È il paradosso definitivo: il custode chiamato a giudicare le chiavi smarrite sotto la sua custodia. Sempre che siano state davvero smarrite. Ed è proprio questo dubbio, mai chiarito, a rendere il caso Striano qualcosa di più di un’inchiesta giudiziaria: una prova di tenuta per le istituzioni.