Centrosinistra in frantumi: Schlein apre a primarie, Conte torna a “fare il premier” e c’è chi cerca un papa straniero

Dopo il successo referendario, le opposizioni sono alle prese con la loro contraddizione principale: costruire un’alternativa credibile al governo Meloni senza prima decidere chi la guiderà, con il rischio che la conta interna alimenti più divisioni di quante ne risolva.

giuseppe_conte e Schlein

Giuseppe Conte e Elly Schlein

Il conclave del centrosinistra è ufficialmente aperto. Il referendum sulla giustizia non ha fatto in tempo a chiudersi che Giuseppe Conte ha già imposto il tema della leadership al centro dell’agenda. Primarie, accordo politico o papa straniero: tre strade, una sola meta, nessuna pace. L’affondo di Conte è arrivato mentre si scrutinavano ancora le schede. Tempistica non casuale.

L’ex premier ha fiutato il vento e si è mosso da posizione di forza, sapendo che i sondaggi lo danno in vantaggio sulla segretaria del Pd e che una parte della sinistra dem lo guarda con favore crescente. Ma la mossa che ha sorpreso tutti è stata quella di sabato scorso, all’evento di Più Europa: Conte in abito da statista, aperto alla difesa comune europea, critico sull’acquisto di gas russo finché dura la guerra in Ucraina. “Ha indossato di nuovo l’abito da primo ministro”, ha commentato un parlamentare dem. Un cambio di registro studiato, non estemporaneo.

Schlein non si fa da parte

Elly Schlein ha risposto con la chiarezza di chi non intende trattare la propria candidatura come una variabile negoziabile. Le opzioni sul tavolo, secondo lei, sono esattamente due: “Si può fare l’accordo come fa la destra e scegliere che guida chi prende un voto in più alle elezioni. Oppure ci sono altre modalità, come le primarie a cui sono disponibile”. La terza via — il candidato scelto a tavolino in una stanza chiusa — non la cita nemmeno. Non per dimenticanza.

La segretaria dem lavora da tre anni alla costruzione di un’alternativa credibile al governo Meloni. Ha portato il Pd al 24% alle europee, ha contribuito a vittorie regionali significative, e ora rivendica anche il merito del risultato referendario. Farsi da parte adesso significherebbe consegnare il lavoro svolto a chi è rimasto a guardare.

Eppure il tam-tam dei sondaggi che favoriscono Conte non le sfugge. E sa esattamente a cosa serve: preparare il terreno a chi, dentro e fuori il Pd, sostiene che primarie dall’esito incerto siano un rischio troppo alto. L’argomento dei “cardinali” è semplice: una conta lacerante allargerebbe le distanze tra gli elettori del campo largo invece di ridurle. Meglio un nome condiviso, scelto prima che la campagna interna si trasformi in un regolamento di conti.

I “cardinali” lavorano in silenzio

Finora solo Rosy Bindi ha osato dirlo pubblicamente. “Un papa straniero? Non è un’eventualità da escludere”, ha spiegato, aggiungendo un avvertimento alla Schlein: “Non essere troppo assertiva” quando chiude la porta a questa ipotesi. Le parole dell’ex ministra suonano come un segnale politico preciso: c’è un pezzo di centrosinistra che sta lavorando a questa opzione, anche se nessuno vuole esporsi per primo.

I nomi che circolano sono molti e diversissimi tra loro: Silvia Salis, che ha già frenato sull’ipotesi primarie; Franco Gabrielli; Pier Luigi Bersani; Gaetano Manfredi; Beppe Sala; Roberto Gualtieri. Un catalogo che la dice lunga sulla vaghezza del progetto: si cerca un federatore, ma nessuno ha ancora capito bene chi dovrebbe essere e perché dovrebbe essere ascoltato da tutti.

La valutazione di un ex ministro, riportata in forma riservata, chiude però ogni ottimismo di facciata: “Né la Schlein né Conte faranno un passo indietro, poco ma sicuro”. Stessa lettura di Matteo Renzi, che da osservatore esterno — e interessato — commenta: “Se Conte e Schlein si mettono d’accordo su un papa straniero ce lo faranno sapere. Io non vedo questa ipotesi”.

Il fattore Meloni

Il conclave del campo largo non si svolge nel vuoto. Le sue regole dipendono, almeno in parte, da ciò che deciderà Giorgia Meloni. Un voto anticipato renderebbe materialmente impossibile organizzare primarie nei tempi necessari. Una nuova legge elettorale con l’indicazione del leader in scheda escluderebbe invece l’ipotesi “comanda chi prende più voti” evocata dalla Schlein.

In entrambi i casi, la presidente del Consiglio avrebbe un impatto diretto sulla dinamica interna all’opposizione senza nemmeno partecipare al dibattito. È la classica asimmetria tra chi governa e chi insegue: Meloni può scegliere i tempi, il centrosinistra deve adattarsi. E adattarsi richiede una coesione che, per ora, non si vede.