Chiara Poggi si difese fino all’ultimo: la nuova perizia svela una resistenza che cambia tutto

L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha ricostruito l’aggressione nella villetta di Garlasco il 13 agosto 2007: ecchimosi e abrasioni sulle braccia e sulle gambe della ventisei enne indicano che la vittima combatté attivamente, mentre il DNA rinvenuto sotto le unghie potrebbe finalmente identificare il killer.

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Chiara Poggi

Diciotto anni dopo il delitto di Garlasco, una perizia affidata all’anatomopatologa Cristina Cattaneo ridisegna la dinamica dell’omicidio di Chiara Poggi: la ragazza non si limitò a proteggersi, ma ingaggiò una vera colluttazione con il suo assassino. L’aggressione si articolò in più fasi, tra il piano terra e le scale della villetta di via Pascoli. Le tracce di DNA sotto le unghie della vittima potrebbero ora rivelarsi decisive. Con un limite strutturale, però, che pesa sull’intera consulenza: nessun esame diretto sul corpo, solo fotografie e atti di quasi vent’anni fa.

Chiara Poggi combatté: i segni sul corpo

Secondo quanto anticipato dal Tg1, sul corpo di Chiara Poggi sarebbero presenti lividi, ecchimosi e abrasioni sulle braccia e sulle gambe. Non lesioni casuali: la loro distribuzione induce a ritenere che la ragazza abbia opposto resistenza fisica all’aggressore, non si sia limitata a schivare i colpi. La perizia parlerebbe di una colluttazione violenta, non di una vittima colta di sorpresa e sopraffatta senza reagire.

L’omicidio non si sarebbe consumato in un unico momento. La ricostruzione proposta dalla consulente disegna un’aggressione articolata in più fasi successive, che si sviluppò fra il piano terra della villetta di via Pascoli e la scala interna. Un dettaglio colpisce in modo particolare: l’assassino si sarebbe fermato a osservare il corpo della ragazza sull’ultimo gradino prima di colpirla ancora, forse con un martello.

Il peso del DNA sotto le unghie

È in questo contesto che le tracce genetiche rinvenute sotto le unghie di Chiara Poggi acquistano un rilievo diverso da quello loro attribuito in passato. Se la vittima combatté fisicamente con il suo aggressore, il materiale biologico eventualmente intrappolato sotto le unghie potrebbe contenere informazioni utili per risalire all’identità di chi la colpì. Non un reperto accessorio, dunque, ma potenzialmente la chiave di volta dell’intera ricostruzione.

La consulenza affidata alla Cattaneo era nata con tre obiettivi precisi: determinare l’orario della morte, ricostruire la dinamica dell’aggressione e identificare l’arma del delitto. Quesiti legittimi, che tuttavia si scontrano con un limite metodologico di non poco conto.

I limiti strutturali della perizia

La Cattaneo non ha esaminato un corpo riesumato, né ha avuto accesso a nuovi reperti. Non ha rilevato direttamente la temperatura corporea, la rigidità cadaverica, le ipostasi o lo stato dei tessuti. Il suo lavoro si è fondato su fotografie e documentazione prodotta nel 2007. Ne consegue che l’orario della morte non potrà essere stabilito con precisione, ma soltanto come finestra biologica compatibile.

Le conclusioni saranno inevitabilmente espresse al condizionale. È la natura stessa del metodo a imporlo, non una debolezza dell’esperta. Una consulenza, per quanto autorevole, resta pur sempre una relazione di parte: offre una ricostruzione, non una sentenza. Il caso Garlasco continua a misurare la distanza tra la verità processuale e quella dei fatti.