Compattezza o siamo al capolinea: Meloni detta le regole dopo il verdetto referendario

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Sette punti di distacco, quasi il 60% di affluenza: il referendum sulla giustizia non è una sconfitta di misura da metabolizzare in silenzio. È un verdetto. E la particolarità che lo rende ancora più bruciante per il centrodestra è quella fetta di astensionisti cronici che per una volta si sono mossi — non per votare qualcosa, ma per votare contro qualcuno. Quello è il dato che tiene svegli i dirigenti di via della Scrofa: un voto di protesta attivo, non la solita disaffezione passiva.

La gestione comunicativa della premier è rivelativa quanto il risultato stesso. Quarantacinque secondi in giardino, distante da Palazzo Chigi, con il tono di chi chiude una parentesi scomoda senza aprirne un’altra. “La sovranità appartiene al popolo” — formula elegante per dire ho perso ma non me ne vado. Il messaggio agli alleati è altrettanto diretto: compattezza o morte, niente fibrillazioni pubbliche. Ma il problema è che la compattezza si ordina, non si ottiene.

I veri nodi sul tavolo

La legge elettorale è il primo campo minato. L’idea di avviare i lavori in commissione subito dopo il referendum ora si scontra con i mal di pancia della Lega — che sull’abolizione dei collegi uninominali non ha mai digerito la proposta — e con la prudenza di Forza Italia sulla tempistica. È un cortocircuito: Meloni vuole correre per non sembrare paralizzata, i suoi alleati vogliono aspettare per non sembrare complici di una fuga in avanti.

Il caso Delmastro è invece la miccia più pericolosa sul piano giudiziario e simbolico. La storia del sottosegretario, la società, la figlia di un condannato per camorra: finora la premier ha scelto la copertura con il minimo delle ammissioni. Ma un governo indebolito non può permettersi impunemente di tenere imbarazzanti sottosegretari al loro posto. Se Delmastro si presentasse con le dimissioni, Meloni probabilmente le accetterebbe — e quasi lo spererebbe.

La magistratura è il terzo fronte. La preoccupazione espressa nei palazzi del governo è esplicita: una vittoria del fronte referendario del “no” potrebbe incoraggiare quei settori della magistratura che Meloni accusa già da mesi di ostruzionismo su sicurezza e immigrazione. Il rischio percepito è un effetto-moltiplicatore: sconfitta politica + giudici rinvigoriti = esecutivo sotto assedio su due piani simultanei.

La variabile Trump

C’è un’ammissione in sordina che vale la pena sottolineare: la presa di distanza “tiepida e tardiva” da Donald Trump avrebbe pesato sull’esito. È un’autocritica inusuale in casa meloniana, e rivela quanto la premier abbia pagato il tentativo di stare contemporaneamente con Washington e con l’establishment europeo. Il doppio binario, in un momento di polarizzazione globale, non paga.

Il governo è vivo, ma è entrato in una fase diversa. Come dice candidamente un alto dirigente di FdI, “sarà un anno di campagna elettorale e di fibrillazioni”. La domanda vera è se Meloni riuscirà a trasformare il calendario politico in una risorsa — usando la legge elettorale, il premierato o qualche altro dossier come bandiera — oppure se si troverà a navigare in difensiva, logorando il capitale politico in mille piccoli incendi. Per ora, ha scelto la faccia dura. Vedremo quanto regge.